Miracolo all’Italiana di Giorgio Bocca.

“L’Italia è fatta, gli italiani quasi.” Così si apre l’ntroduzione alla prima edizione di Miracolo all’Italiana di Giorgio Bocca (1920-2011). Apparso nel 1962, il libro fu accolto dalla stampa moderata alla stregua di un libello rivoluzionario in quanto osava parlar male dei ricchi e potenti del paese, prendendosi gioco allo stesso tempo dei valori della borghesia dell’epoca, in bilico tra demagogia e populismo.

“Ciò che non riuscì al papa-re dei guelfi, all’imperatore-messia dell’Alighieri, al principe macchiavellico, alla burocrazia piemontese di Cavour e ai federali di Mussolini sta riuscendo alla civiltà dei consumi e al suo oracolo televisivo: tra non molto gli italiani, popolo compatto, avranno usi, costumi e ideali identici dalle Alpi alla Sicilia, vestiranno penseranno, mangeranno, si divertiranno tutti alla stessa maniera, dettata e imposta dal video.”

Il boom economico arriva in Borsa tra il 1959 e il 1960. Speculatori d’Europa e d’America scoprono che i titoli italiani costano poco e rendono molto. L’Italia e’ da poco entrata nel Mercato Comune Europeo e tra il 1955 e il 1963 un’ondata di euforia attraversa il Paese. E fu proprio la rapidità con cui questi i cambiamenti socio-economici si verificarono, che si gridò al “miracolo economico”. Un miracolo che pur trasformando radicalmente lo stile di vita degli italiani (almeno di una parte), fece sì che il paese non riusci’ tutavia a risolvere i fondamentali problemi che si portava dietro da prima della guerra, tra cui le differenze tra nord e sud. La ricchezza si concentra soprattutto al Nord, nel cosiddetto “triangolo industriale” formato da Milano, Torino e Genova, città che attirano flussi di disoccupati dal meridione (essi stessi divisi da profonde differenze culturali) e vedono in pochi anni la loro popolazione quasi raddoppiare. Inutile dire che lo shock culturale è fortissimo. Per la prima volta gli italiani si incontrano tra loro e non si piacciono.

Dire che l’Italia degli anni Sessanta è una nazione profondamente nuova è inadeguato. Il miracolo italiano è avvenuto a ritmo talmente serrato da dare le vertigini: l’artigiano diventa imprenditore, piovono i miliardi, ma la gente è troppo occupata a fare soldi e a moltiplicare le cose che hanno per chiedersi il perché queste “cose” siano improvvisamente diventate una necessità, perlomeno su quella scala.

“Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste”

Sembra il mantra di Gordon Gekko nel film del 1987 Wall Streetma questa frase di Giorgio  Bocca (riferita non a New York, ma a Vigevano) è ancora adesso attualissima quando si pensa al nostro Centro-Nord, alle distese infinite di brutti capannoni che sfregiano con la loro bruttura le campagne di Veneto, Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna. Tutto questo non è una novita’: le avvisaglie di questa trasformazione erano già in atto allora e Bocca lo aveva notato, mentre si gli altri si coprivano gli occhi e si turavano le orecchie davanti alla mancanza di un’ideologia, di una fede, di una prospettiva sociale di qualche tipo.

Il fatto è che, come osserva Bocca, nell’italia ghettizzata del dopoguerra, dove ognuno stava al suo posto e dove un piccolo borghese non avrebbe mai messo piede a Cortina o Portofino, il miracolo economico degli anni Sessanta aveva portato una fluidità di classe dapprima impensabile. Quella in atto era una vera e propria rivoluzione che stava mescolando le classi e la storia in modo irreversibile.

“Non riuscimmo a vedere bene quali moltiplicatori di disordine e degradazione sociale stavano mettendosi in moto e come avremmo poi pagato duramente i comodi e le disinvolture del capitalismo assistito, della partitocrazia , la saturazione del consumismo di massa, i pericoli della scuola di massa.”

Tra gli indici di più diffuso benessere, la crescita dell’industria automobilistica e l’aumento di consumi legati agli elettrodomestici. Le automobili ed elettrodomestici si moltiplicano con essi cambia lo stile di vita, gli interni delle case (in particolare la cucina), il modo di vestirsi e di mangiare, persino di parlare che in questi anni si attua lo spostamente della lingua dall’uso del dialetto a quello dell’Italiano. Anche la famiglia si modifica e con esso  i rapporti generazionali. I giovani degli anni Sessanta godono di una maggiore indipendenza economica e libertà di scelta dapprima impensabile.

Nasce l’idea del tempo libero (il week-end), la gente va in vacanza e le code in autostrada delle famiglie operaie che si mettono in marcia tutte insieme alla chiusura delle grandi fabbriche, sembravano “cortei trionfali”. Oltre alla televisione, è l’automobile che diventa il simbolo di questo nuovo benessere. Mio padre aveva una Fiat Cinquecento e si sentiva un re.

Il Vittorio Gassman de Il Sorpasso è la personificazione del “miracolo” italiano: il borghese fanfarone dalla vitalità debordante che nasconde (o cerca di farlo) con l’esuberanza un vuoto della vita e paura del futuro. Girato del 1962, lo stesso anno in cui Giorgio Bocca scrive il suo Miracolo all’italiana, il film descrive un’Italia al culmine della ricchezza dove macchine veloci, spiagge affollate, locali pieni di musica e di gente che balla sfrenataente diventano il simbolo di una vita finta, quella della borghesia arricchitasi con il miracolo italiano, un’esistenza effimera che si schianterà duramente sul muro degli anni di piombo della decade successiva.

E mentre leggevo, mi veniva da chiedermi che è successo a quel patto sociale da cui tutto ciò aveva avuto origine alla fine della Seconda Guerra Mondiale e che vedeva un equilibrio di fondo tra capitalismo e democrazia e stato sociale. Il processo che aveva permesso il raggiungimento di tale benessere si è spezzato: il giocattolo del miracolo si è rotto e nessuno sa come riaggiustarlo. Certo la classe politica non sa che pesci pigliare, e questo accade non solo in Italia, ma anche in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, tutte nazioni in quel diritto inossidabile alla scelta che è il voto politico, si è ridotto ad uno sfogo rabbioso di quella parte di popolazione che si è sentita rapinata del proprio futuro.

2019 ©Paola Cacciari

L’Italia del miracolo economico (1958-1963) Alberto Saibene https://www.doppiozero.com/materiali/made-in/l-italia-del-miracolo-economico-1958-1963

#5libri .. e qualcosa in più sulla Grande Guerra

Oggi in Italia si celebra il Centenario dell’armistizio che pose fine alla Prima Guerra Mondiale. E allora vi segnalo questo post di Tatiana Larina con una cascata di romanzi tutti da leggere sull’argomento del primo conflitto mondiale. Buona lettura! 🙂

PARLA DELLA RUSSIA

4 novembre 1918. Come si fa a festeggiare una vittoria come quella dell’Italia nella Grande Guerra? Si può festeggiare la fine della guerra, la rottura di un fronte che ha dilaniato il continente e il mondo, il tentativo di ritorno ad una normalità, ma no, la vittoria proprio no.

Una vittoria che proprio all’Italia costò una delle più sanguinose disfatte della nostra storia, Caporetto, e che per tutti i paesi coinvolti ha significato un bagno di sangue mai visto prima, la sperimentazione di armi di distruzione di massa (le armi chimiche), il coinvolgimento di milioni di civili, la devastazione di intere nazioni.

E poi cosa c’è da festeggiare in una guerra che ha gettato i semi di una follia ancora duratura per l’Europa e per il mondo? Come suonano strani i nome di Rommel e Badoglio qui… eppure a Caporetto c’erano loro.

Gli scrittori che il quel periodo hanno vissuto…

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Quo vadis baby? di Grazia verasani

Ogni tanto mi viene l’ansia. Arriva così inattesa, e mi toglie il respiro. Ed è in certi momenti che devo uscire di casa. Come se stare fuori risolvesse il casino che ho dentro. Il mio collega astrologo direbbe che devo dare spazio ad un Marte irrequieto; mio padre direbbe semplicemente che ho il fuoco sotto i piedi, come mia madre prima che la sua malattia se la portasse via.

Quando sono Londra mi rifugio ad Hyde Park, ma a Bologna faccio lunghe passeggiate per il centro. Passo davanti ai fantasmi di negozi che ricordo bene e che ora non ci sono più come Schiavio Stoppani in via Clavature e mi fermo davanti alla libreria di libri usati in via Oberdan che un tempo ospitava lo storico negozio di dischi Nannucci. E mi sento una straniera in patria. O semplicemente molto vecchia.

Non credo che nelle altre città sia sia diverso. E che mi sembra che a Bologna la differenza si noti di più che negli altri posti. Che come dice Grazia Verasani nel suo stupendo libro Quo Vadis Baby? 

Bologna era un posto in cui succedevano un sacco di cose e tutto sembrava sempre funzionare.’

Ora non più. A che punto della storia il meccanismo si e inceppato?

2018 © Paola Cacciari

2 agosto 1980: Bologna non dimentica

La Stazione di Bologna, il 2 agosto del 1980 poco dopo lo scoppio della bomba
La Stazione di Bologna, il 2 agosto del 1980 poco dopo lo scoppio della bomba

Abito a Londra da quasi vent’anni, ma resto sempre una bolognese. E Bologna non dimentica quegli 85 morti.

The Years of La Dolce Vita @ Estorick Collection


“What a cool place Rome must have been in the Sixties!”esclama con aria beata la mia dolce metà all’uscita dall’Estorick Collection ofModern Italian Art, piccolo angolo d’Italia a due passi da  Upper Street dove siamo stati a vedere la mostra fotografica The Years of La Dolce Vita. Che lui Roma l’ha vista per la prima volta dua anni fa e ci ha lasciato un pezzetto del suo inglesissimo cuore, ma la Roma negli anni Sessanta doveva essere davvero bellissima. 

“Hollywood on Tiber” la chiamavano, per via della moltitudine di registi americani (accorsi nella Città Eterna attirati dai costi relativamente bassi degli studi di Cinecittà) e di divi del cinema del calibro di Richard Burton, Liz Taylor e Kirk Douglas impegnati a girare film che sarebbero diventati leggenda come Ben Hur (1959) e Cleopatra (1963).
Ma gli anni Sessanta sono stati un periodo d’oro anche per il cinema italiano grazie ai tanti talenti nostrani come Michelangelo Antonioni, Pier Paolo Pasolini, Federico Fellini e Marcello Mastroianni, Sophia Loren, Claudia Cardinale e via di seguito. Roma è un set cinematografico all’aria aperta in cui si muovono attori famosi e i paparazzi che li inseguono, cercando di immortalarli mentre si godono i bar e i ristoranti della città.
Già, i paparazzi. Al giorno d’oggi sinonimo di fotografo (almeno quello delle celebrità), non dimentichiamo che il termine “paparazzo” deriva proprio dal nome del fotografo Paparazzo un personaggio interpretato da Walter Santesso nel capolavoro cinematografico di Fellini uscito nel 1960. Perché gli anni Sessanta non dimentichiamolo, sono e resteranno sempre, (almeno per me e per la Estorick Collection) gli anni de La Dolce Vita.
E come potrebbe essere diverso? Da una scatenata Raquel Welch che balla su un tavolo davanti ad un divertito Mastroianni ad un giovanissima (ed elegantissima) Audrey Hepburn in guanti bianchi che esce dal negozio del fornaio a un soddisfatto Richard Burton dopo una lauta cena in una trattoria di Trastevere, ognuna delle immagini in bianco e nero provenienti principalmente dall’archivio privato del “paparazzo” Marcello Geppetti (1933-1998) (che con oltre un milione di immagini, è la fonte principale della mostra) trasuda eleganza, ironia ed una contagiosa gioia di vivere.  
Ma quelli sono anche gli anni periodo segnò l’inizio della culto della celebrità che vede paparazzi appostati fuori a bar e ristoranti di Via Veneto pronti a catturare immagini di star come Sophia Loren in macchina con Carlo Ponti, James Steward con la famiglia e di una giovanissima e biondissima Brigitte Bardot a Spoleto.
Geppetti ben presto diventa famoso sul campo per l’incredibile qualità tecnica delle sue immagini così per il suo talento per catturare momento decisivo (per usare un tirmine caro a Cartier-Bresson), ma la connotazione negativa del suo lavoro ha sempre impedito di vedere con chiarezza il valore artistico delle sue immagini. Mi piace immaginarlo Geppetti mentre attraversa la città sul suo scooter alla ricerca di personaggi da fotografare. E di certo nella Roma della Dolce Vita le occasioni non mancavano: Liz Taylor in giro con un amico per Cinecittà vestita da Cleopatra? Mickey Hargitay vestito da cow boy a cavallo in Via Veneto? Di certo uno dei suoi scatti più famosi è quello che vede Richard Burton baciare Liz Taylor durante una vacanza ad Ischia, una fotografia recentemente inserita tra le trenta immagini più famose della storia, accanto ad immagini di artisti come Andy Warhol e a fotografi come Cecil Beaton. Non male per uno che fu definito da American Photo come  “il fotografo più sottovalutato della storia”!
Brigitte Bardot in Spoleto by Marcello Geppetti, 1961
MGMC & Solares Fondazione delle Arti
E se la perdita della privacy è un elemento inevitabile della celebrità,  il comportamento invadente dei paparazzi ha causato (e continua  a farlo ancora oggi) reazioni violente da parte di attori e attrici in questione. Da un infuriato Franco Nero immortalato nell’atto di aggredire un paparazzo a Fontana di Trevi alla serie di scatti che mostrano Anita Ekberg a piedi scalzi affrontare un fotografo con un arco e una freccia prima di prenderlo a pugni: i paparazzi che immortalano i loro colleghi paparazzi è un divertente diversivo.

Ma dove la gamma tonale delle immagini è particolarmente efficace è negli scatti catturati dietro le quinte dal cameraman Arturo Zavattini (figlio del celebre Cesare) dove i ritratti di Fellini e di Marcello Mastroianni rivelano un talento narrativo che va ben oltre al paparazzo. Vedere per credere.

Pubblicato su Londonita
 
Fino al 29 giugno 
 
Estorick Collection of Modern Italian Art
39a Canonbury Square
London N1 2AN