Mary Quant e la Swinging london

Molto prima che Cindy Lauper scrivesse Girls want just have Fun, Mary Quant voleva che le donne si divertissero. E così si mette di buona lena a creare un tipo di abiti che permettesse loro di farlo e – dalla biancheria intima che lasciava respirare la pelle, ai tessuti che non si disintegravano dopo un solo lavaggio al mascara resistente all’acqua, il marchio omonimo della Quant, l’iconica margherita monocromatica, ha permesso ai suoi clienti di apparire belli senza davvero sforzarsi, come se fossero tutti nati così…

Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London.
Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London.

Per Mary Quant, l’abito di una donna doveva assolvere  tre funzioni principali: farla notare, farla sentire sexy e, soprattutto, farla sentire bene.  Che per lei gli abiti non sono “arte da indossare”, ma qualcosa da vivere, con cui andare al lavoro, al supermercato, al cinema, in discoteca; qualcosa con cui poter camminare, correre, ballare e saltare liberamente. Con i suoi abiti dalla linea fluida che scivolano sul corpo senza costringerlo dentro ad una forma prestabilita, Mary Quant  regala alle giovani donne degli anni Sessanta la libertà di movimento e di reclamare il prorio corpo, mostrando chilometri di gambe. Con lo stile rivoluzionario della Swinging London cucito addosso non solo a Twiggy e Jean Shrimpton, ma anche a madri, commesse e dattilografe, Mary Quant anticipando il femmismo, ha contribuito alla liberazione della donna.

Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London. 2019 © Paola Cacciari
Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London. 2019 © Paola Cacciari

Nata e cresciuta a Blackheath, in un sobborgo del su-est di Londra da due insegnanti gallesi che anche per lei sognavano un tranquillo futuro d’insegnante, dopo il rifiuto dei suoi genitori di lasciarla frequentare un corso di moda,  Mary Quant studia illustrazione presso Goldsmiths, dove ha incontrato il suo futuro marito, l’aristocratico Alexander Plunket Greene, appartenente ad una nobile famiglia inglese e nipote di Bertrand Russell, anche lui smanioso di libertà e di stravaganze. I due iniziano un divertente ménage: mangiano quando hanno soldi, viaggiano come possono, si vestono come passa loro per la testa.

Mary Quant and Alexander Plunket Greene
Mary Quant and Alexander Plunket Greene

Mary ha una predilezione per le gonne corte e gli stivaletti, Alexander si adatta. I due fanno amicizia con un ex avvocato diventato fotografo, Archie Mc Nair, e quando Alexander per il suo ventunesimo compleanno eredita dei soldi, decidono, con l’aiuto di Mc Nair, di comperare una casa. Nello scantinato aprono un ristorante ed al primo piano la boutique Bazaar (1955). La boutique è situata sulla Kings Road a Londra, e tra i giovani ha un successo immediato che finalmente hanno trovato qualcuno che la pensa come loro, che vive come loro e che capisce perfettamente quello che può piacere a loro.

I giovani del Paese più conformista d’Europa sono i primi a sentire la necessità di cambiamenti. E proprio per la forza della tradizione che devono spezzare, questi cambiamenti devono essere necessariamente estremi. La frattura con il vecchio mondo è rappresentata dai capelli lunghi per i ragazzi, dalle gonne corte per le ragazze e dalla musica dei Beatles.

Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London. 2019 © Paola Cacciari
Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London. 2019 © Paola Cacciari

“Non siamo tutte duchesse,” dice la Quant , e  lei che veniva da una famiglia della “working class” gallese e duchessa non lo era e di certo non voleva sembrarlo, non esistevano gli abiti giusti. Così si mette a disegnarli lei gli abiti che voleva indossare: mini-abiti di jersey di lana dalla linea morbida, svasati all’orlo (un orlo corto) perfetti con le scarpe basse, eleganti e pratici. Perfetti per chi deve correre per prenbdere l’autobus per andare al lavoro. Presto tutavia si accorge di non essere la sola: il mondo stava cambiando e le donne erano pronte a qualcosa di nuovo. “La moda riflette ciò che è nell’aria. Riflette ciò che la gente legge, pensa, ascolta. E l’architettura, la pittura, i comportamenti, la società tutta.”  Scoprendo le ginocchia delle signore. Dapprima tagliando le gonne di una quindicina di centimetri, poi osando sempre di più.

Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London. 2019 © Paola Cacciari
Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London. 2019 © Paola Cacciari

I suoi vestiti non erano economici, ma non lo erano nemmeno fuori portata. La sua filosofie era anti-elitario, del tipo “tutti meritano-cose carine”, tanto che ci si potava persino cucire da soli i suoi disegni con i modelli di cucito. Dal 1962 in poi, i suoi abiti furono prodotti in multipli democratici di 1.000 disponibili sul grande mercato e quindi alla portata di chiunque.

Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London. 2019 © Paola Cacciari
Mary Quant exhibition, Victoria and Albert Museum, London. 2019 © Paola Cacciari

Ma l’instancabile Mary Quant  presto si accorge che, una volta cambiati gli abiti, il trucco e le acconciature erano sbagliate: il look androgino e giovani inventato da Quant  mal si adattava con le elaborate acconciature degli anni Cinquanta. Entri Vidal Sasson che con il suo iconico taglio carré “a cinque punte” ha liberato le donne da lacca e bigodini e da ore di cottura sotto il casco.

Questa mostra è un inno alla donna comune. In effetti, molti dei capi sono stati acquistati tramite un appello pubblico per indurre le persone a frugare nei loro armadi. Quindi, insieme agli abiti dei modelli, ce n’è uno appartenente, ad esempio, a un insegnante di Newport.

Questi sono abiti in cui mangiare, bere una pinta, avvolgere le gambe attorno a qualcuno. Abiti in cui poter vivere.

2019 © Paola Cacciari

Londra//fino al 16 Febbraio 2020

Mary Quant @ Victoria and Albert Museum

www.vam.ac.uk

 

Handel and Hendrix: in due sotto un tetto

La vita e la musica di George Frideric Handel (1685-1759) e Jimi Hendrix (1942-1970) sono diverse come il giorno e la notte, eppure questi due grandi per un breve periodo sono stati vicini di casa. Separate da un muro e da due secoli di storia al 23 e 25 di Brook Street, nel cuore dell’elegante Mayfair, sono le case di questi due grandi della musica che fecero di Londra la loro casa e cambiarono la musica per sempre.

Photo: Phillip Reed/Handel House Trust Ltd

Handel prese possesso  del n. 25 di Brook Street nell’estate del 1723, poco dopo essere stato nominato da Giorgio II compositore della Cappella reale poiche’, in quanto straniero, Handel non poteva possedere una proprietà. Ma la zona in cui si trovava Brook Street, nel quartiere elegante dell’alta borghesia georgiana di Mayfair, abbastanza lontano dalla dubbia comunità di artisti e musicisti che ruotavano attorno a Soho e a Covent Garden, ma abbastanza vicino al palazzo di St. James’s Palace, dove svolgeva le sue funzioni ufficiali e King’s Theatre in Haymarket che era al cuore dell’opera italiana su cui al momento si incentrava la sua carriera e Handel rimase li anche dopo la sua naturalizzazione nel 1727. La zona doveva davvero piacergli (lo si può biasimare?) visto che visse lì per quasi 40 anni (fatto di per se notevole, visto che i compositori d’opera all’epoca condicevano una vita alquanto nomadica. Lì ha scritto il Messia, The Water Music (1717), Zadok the Priest (1727), Music for the Royal Fireworks (1749) e molti altri capolavori e lì morì, nella sua camera da letto del primo piano nel 1759.

Handel's Harpsichord. Handel & Hendrix in London. London 2016 © Paola Cacciari
Handel’s Harpsichord. Handel & Hendrix in London. London 2016 © Paola Cacciari

Jimi Hendrix, da molti considerato il più grande chitarrista rock, visse nella casa accanto, al 23 di Brook Street con la sua fidanzata inglese, la DJ Kathy Etchingham per due anni prima di morire in circostanze ancora misteriose in un hotel di Notting Hill nel 1970, a soli 27 anni – probabilmente soffocando nel sonno in seguito ad un’overdose accidentale, anche se alcuni non escludono  il suicidio.

Entrambe le case sono tipiche dimore borghesi dell’epoca georgiana e la disposizione degli ambienti segue le convenzioni tipiche degli edifici di questo periodo, con le cucine nel seminterrato, le camere disposte su ciascuno dei tre piani (una stanza anteriore e una posteriore più piccola con un bagno vicino) e con gli alloggi della servitù nella la soffitta.

Fu Kathy Etchingham a trovare l’appartamento nel Giugno del 1968 grazie ad un annuncio su uno dei giornali della sera (quando ancora c’erano) mentre Hendrix era a New York per la cifra di £30 alla settimana. La coppia visse nell’appartamento all’ultimo piano per una anno circa prima di separarsi nel 1969. Pare che Hendrix, per il quale questa era la “prima vera casa” si sia divertito un mondo ad arredarla secondo i suoi gusti con tessuti colorati e soprammobili e gingilli vari comprati a Portobello Road e in vari altri mercatini.

Jimi Hendrix flat. Handel & Hendrix in London. London 2016 © Paola Cacciari
Jimi Hendrix flat. Handel & Hendrix in London. London 2016 © Paola Cacciari

La Etchingham ricorda interminabili spedizioni da John Lewis, il grande magazzino su Oxford Street, per acquistare tende e cuscini dove Hendrix si lanciava in interminabili discussioni con i commessi su colori e accostamenti dei tessuti. E l’atmosfera e’ davvero di accogliente intimità, anche se credo che mai come in questo caso la frase “se i muri potessero parlare” sia appropriata. E davvero non avrei voluto essere il vicino del piano di sotto di questa coppia di creativi e dei loro amici della scena della Swinging London!

Strano ma vero: quando Hendrix venne a sapere chi fosse stato il suo illustre vicino ne fu molto felice e non sapendo molto di Handel si precipitò nel famoso negozio One Stop Records in South Molton Street per acquistare le registrazioni di The Royal Fireworks e The Water Music – cosa che ha fatto dire ad alcuni musicofili di poter individuare i riff del compositore nella musica successiva di Hendrix…

Handel & Hendrix in London

25 Brook Street
Mayfair, London W1K 4HB
Telephone: +44 (0)20 7495 1685

2019 © Paola Cacciari

Swinging London: A Lifestyle Revolution

Swinging London: basta la parola per evocare  capelli gonfi, abiti colorati, tappeti di pelliccia e i Beatles sul passaggio pedonale di Abbey Road. La nuova mostra del Fashion and Textile Museum, tuttavia, offre una storia diversa del termine.

Gli anni Sessanta sono gli anni del cosiddetto “Youth Quake”, il cosiddetto “terremoto giovanile”, che scuote alle basi la società del dopo guerra con tutta la potenza dell’insoddisfazione cresciuta tra i giovani, gettando così le basi del modo di vivere che conosciamo.

Mary Quant and Terence Conran. Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari
Mary Quant and Terence Conran. Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Una cultura proto-pop si era inizialmente evoluta nei primi anni del dopoguerra in un gruppo di giovani architetti, designer, artisti, musicisti e dilettanti radicali che vivevano e lavoravano principalmente nei dintorni di Chelsea, una zona bohémien un po’ sbiadita di Londra. Tra i personaggi di questo “Chelsea Set”, come era diventato noto il gruppo, erano anche due nomi destinati a cambiare il cosro della storia del costume britannico: Terence Conran e Mary Quant.

Incentrata sulle figure della stilista Mary Quant e su Terence Conran, il fondatore dell’iconico negozio di design Habitat, la mostra accende i riflettori non solo sulla moda, ma anche sulla vita domestica dal 1952 al 1977, mostrando come piatti e posate e mobili per la casa sono cambiati tanto quanto gli orli della gonne.

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari
Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Legati da una stretta amicizia che coinvolgeva anche il di lei marito Alexander Plunkett-Greene, e dal desiderio di creare un design di qualità accessibile alle masse, Terence Conran e Mary Quant, iniziano una straordinaria collaborazione, con Conran che progetta l’interno della boutique della Quant a Londra nel 1955, e lei che a sua volta disegna le divise dello staff quando Conran decide di aprire il primo negozio Habitat nel 1964.

Questa rivoluzione, in parte dovuta a nuove necessità economiche date dall’avvento della produzione di massa, grazie a cui gli articoli eleganti per la casa e abbigliamento erano diventati ampiamente disponibili e di conseguenza più accessibili a tutti. Affermando che lo snobismo era fuori moda e che nei suoi negozi duchesse e dattilografe sgomitavano le une con le altre per comprare lo stesso vestito, Quant diventa l’evangelista di questo nuovo modo di vita.

Iconic londoner: Michael Caine. Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Ciò che sorprende è come queste minigonne e calze colorate siano allo stesso tempo radicali ed eccentriche, anche se forse gli “hotpants” non sono stati proprio l’invenzione ideale per chi non disponeva di gambe chilometriche. Ma le sue tunichette, i grembiulini e gli abiti di maglia erano pratici e facili da indossare e  liberavano il corpo femminile dalle gonne a ruota e dal vitino a vespa degli anni Cinquanta, e dal New Look di Dior. E comunque il mostrare le gambe era una grande liberazione.

Certo, pentole e minigonne non sono forse le prime cose che vengono in mente quanto si pensa alla Swinging London, ma sono probabilmente quelle più vicine ai ricordi di chi, come mia suocera, gli anni Sessanta britannici li ha vissuti – a meno che uno non si chiami Mick Jagger o Marianne Faithfull.

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Accanto ai primi progetti come la Cone Chair di Conran e l’iconico Banana Split Dress della Quant, la mostra include anche rari esempi di designer, artisti e intellettuali d’avanguardia che hanno lavorato al loro fianco, come lo scultore Eduardo Paolozzi ei designers Bernard e Laura Ashley e l’altrettanto rivoluzionario ricettario di Elizabeth David, dal titolo A Book of Mediterranean Food. Il libro, scritto e pubblicato nel 1950 in epoca di razionamento alimentare (che in Inghilterra dura fino al 1954) quando la dieta nazionale era dominata da pane e polpette di riso, cipolle, carote e carne in scatola, è la sfida di una donna alla tristezza dell’austerità britannica del dopoguerra.

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Certo, paragonati a  certi indumenti dei nostri giorni, gli abiti esposti sembrano tutto tranne che scioccanti, ma sono centamente portabili (farei carte false per una delle tunichette in jersey di lana colorata di Mary Quant) soprattutto i coloratissimi impermeabili in PVC, vista questa questa pazza estate britannica…

2019 © Paola Cacciari

Londra//Fino al 2 Giugno 2019

Swinging London: A Lifestyle Revolution

Fashion and Textile Museum

Bologna loves Hamburg via The Beatles

Una recensione (questa volta in inglese) di una mostra sui Beatles nella mia Bologna. Astrid Kirchherr with the Beatles, a Palazzo Favae’ davvero da non perdere. Qui nella recencesione di Flaneur in Bologna 🙂 Buona lettura!

Flaneur in Bologna

It was impossible not to sing along this afternoon while Stefanie Hempel, beautiful low voice, cheerful interpretation and ukulele, was tuning Here comes the sun and With a little help from my friend at Palazzo Fava. The german singer was a special gift for the first day of Astrid Kirchherr with the Beatles, by Genus Bononiae and Ono Arte Contemporanea, an exhibition for all of those who have a little Dear Prudence, Blackbird or Lucy in the sky gently tattooed in their hearts.

1. AHDN_FabFour_Press LOWcredits ©GINZBURG FINE ARTS/PHOTO ASTRID KIRCHHERR 

I’m one of them and I was also one of the many improvised Beatles’ scholars. When I was 17 I spent a couple of weeks eagerly reading their biography, with that typical sting of pain for not having been there. And among the many “there” of the history of the Beatles there’s Hamburg.

7. The Beatles, Hugo Haase, 1960 LOW REScredits ©GINZBURG FINE ARTS/PHOTO…

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Pink Floyd: Their Mortal Remains @Victoria and Albert Museum

Chi sostiene che i maiali non possono volare non ha mai visto quello gonfiabile che si è innalzato sopra la facciata vittoriana del Victoria e Albert Museum di Londra nell’Agosto del 2016. Ma a differenza di quando fu issato sulla centrale elettrica di Battersea nel 1976, quando un colpo di vento ruppe le corde che lo trattenevano facendolo volare via sul cielo di Londra intralciando il traffico sopra l’aereoporto di Heathrow, questa volta il maiale in questione si è limitato a rallentare il traffico sulla caotica Cromwell Road, sotto gli occhi allibiti dei passati. Che, diciamocelo, non capita tutti i giorni di andare al lavoro una mattina e di trovarsi improvvisamente catapultati nell’immaginario di Animals. Ma in quella particolare occasione, il maiale rosa, che insieme a prismi e a martelli è uno dei dei simboli più riconoscibili dei Pink Floyd, è stato fatto fluttuare nel cielo estivo della Capitale per annunciare il lancio di The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains, la grande retrospettiva sulla cult-band britannica che, dopo la mai avvenuta apertura alla Fabbrica del Vapore di Milano nel 2014, sarebbe stata ospitata nelle sale del museo di South Kensington il Maggio successivo.

Pink Floyd, Belsize Park ®Pink Floyd Music Ltd

Ed ora, dopo le grandi mostre David Bowie Is nel 2013 e You Say You Want a Revolution? Records and Rebels 1966-1970 nel 2016, è il momento della grandissima rock band inglese (che quest’anno celebra il cinquantesimo anniversario dell’uscita del loro primo album, The Piper at the Gates of Dawn, uscito nell’Agosto del 1967 e registrato nei mitici studi di Abbey Road, mentre i Beatles stavano lavorando a Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band nella stanza accanto) di ricevere le attenzioni del grande museo d’arte e design britannico con una mostra che esplora il storico e culturale in cui Pink Floyd hanno mosso i primi passi e sviluppato il loro unica linguaggio visivo e teatrale.

La mostra racconta la storia della lunga e travagliata carriera del gruppo inglese – o almeno dei suoi quattro personaggi principali, il cantante e chitarrista David Gilmour, il bassista e cantante Roger Waters, il tastierista Richard Wright e il batterista Nick Mason. Una storia fatta di liti, separazioni, riunioni e progetti solisti, ma sempre e comunque di grande, grandissima musica. Una storia raccontata in 350 oggetti che vanno dal materiale d’archivio ai costumi di scena (amorevolmente collezioni e conservati da Nick Mason), dall’amata chitarra Fender Strat nera e bianca di David Gilmour ai sintetizzatori di Rick Wright alle lettere scritte da Syd Barrett alla sua fidanzata Jenny Spiers.

Pink Floyd, photographer Storm Thorgerson © Pink Floyd Music Ltd
Pink Floyd, photographer Storm Thorgerson © Pink Floyd Music Ltd

Fu proprio a quel genio anticonformista di Barret, forse l’unica vera rock star del gruppo, a cui si deve la nascita dei Pink Floyd nel 1965 (il cui nome deriva dall’unione dei nomi di due vecchi jazzisti, Pink Gingham e Floyd Cramer molto amati da Barret) e a trasformare così un gruppo di studenti di Architettura di Londra in qualcosa di molto più interessante. Per cui quando, nell’aprile del 1968, a causa del progressivo deterioramento della sua già fragile salute mentale, esacerbato dal suo uso divenuto leggendario di droghe e psicofarmaci,  Syd Barret dovette lasciare il gruppo, i più (compresi gli stessi membri della band) pensarono che la carriera dei Pink Floyd fosse arrivata al capolinea ancora prima di aver decollato. Il suo sostituto infatti, il geniale chitarrista e cantante David Gilmour, sebbene avesse sulla carta tutti gli ingredienti per lo status di ‘dio del rock’, era ancora più schivo e riservato degli altri… Fortunatamente (per tutti) le peggiori paure si rivelarono infondate e il gruppo continuò a crescere e a svilupparsi sul sentiero indicato da Barret. Ma basta guardare le loro prime foto in bianco e nero (che mostrano quattro giovani dai volti così puliti e ordinari da essere assolutamente immemorabili – anche con Sid Barret tra loro, che era tanto fotogenico quando talentuoso e creativo) per capire cosa intendeva il mitico John Peel, giornalista, conduttore radiofonico e disc-jockey nonché voce storica della BBC Radio One, quando disse che i Pink Floyd “avrebbero potuto unirsi al pubblico dei loro stessi concerti  senza essere riconosciuti.”

Hands over eyes © Pink Floyd Music Ltd photo by Storm Thorgerson Aubrey Powell 1971 Belsize Park

Di fatto sembrava che tanto più grande diventasse il loro successo, quanto più i Pink Floyd cercassero di allontanare da sé dalle luci della ribalta. Ma l’impegno messo dai quattro nell’allontanare da loro stessi le attenzioni del pubblico era difficilmente una ricetta per il successo per una rock band e la foto promozionale della tourneè del 1972 di The Dark Side of the Moon mostra la band dare le spalle alla macchina fotografica: difficilmente un’immagine in grado di competere con gli iconici fulmini dipinti sulla faccia del Ziggy Stardust di David Bowie o le rune (ZoSo) dei Led Zeppelin

Le cose cambiarono nel 1973 con l’uscita dell’abum The Dark Side of the Moon. Il prisma triangolare rifrangente un raggio di luce raffigurato sulla copertina è un vero e proprio colpo di genio: creato dallo Studio Hipgnosis  di Storm Thorgerson e Aubrey “Po” Powell, autori anche di altre iconiche copertine di Wish you were here (due uomini d’affari che si stringono la mano, mentre uno di loro sta andando a fuoco) e Animals (il maiale che fluttua sopra la centrale di Battersea Power Station) è ancora oggi, ad oltre quarant’anni di distanza, una delle immagini più riconoscibili della band.

La sezione su The Wall del 1979 è la più drammatica ed è anche la mia preferita: un maestro gonfiabile basato sul disegno caricaturista Gerald Scarfe e basato sui ricordi degli anni trascorsi in collegio da Roger Waters, si affaccia sopra un vasta parete in mattoni bianchi che richiama sia la copertina del disco che il palco del concerto omonimo. È difficile non essere emozionati. Dai sette anni in poi, più o meno il periodo in cui ho cominciato a prestare attenzione ad altre canzoni che non fossero quelle dello Zecchino d’Oro, non riesco a ricordare un momento della mia vita in cui io non abbia ascoltato i Pink Floyd. E se pare un po’ estremo è perché lo è: credetemi, solo un marziano sarebbe cresciuto negli anni Settanta senza conoscere Wish You Were Here, Money e Another Brick in the Wall.

Il senso dell’isolamento dei Pink Floyd di fronte al loro crescente successo è un tema che ricorre durante tutta mostra. Ma come le copertine dei loro dischi, anche il percorso espositivo – iniziato in modo così potentemente innovativo – si indebolisce con il passare del tempo e l’aumento delle liti tra i membri della band. The Final Cut (1983) è l’ultimo l’ultimo concept-album di Roger Waters con i Pink Floyd, creato sulla scia della guerra delle Falkland e dedicato a suo padre, morto in Italia durante la seconda guerra mondiale. Grande assente dalla band è il tastierista Richard Wright, allontanato dal gruppo per le divergenze sorte con Waters negli ultimi tempi. Riconvocato da David  Gilmour nel 1986 come musicista “stipendiato” per A Momentary Lapse of Reason (1987) il primo album in studio senza Roger Waters, Wright torna a tutti gli effetti come membro principale del gruppo con l’album Delicate Sound of Thunder (1988) e Division Bell (1994). Morirà di cancro ai polmoni nel 2008.

Pink Floyd, Victoria and Albert Museum, London 2017 © Paola Cacciari (4)
Pink Floyd, Victoria and Albert Museum, London 2017 © Paola Cacciari

Inevitabilmente con più ci si inoltra nella mostra e con essa, nella storia della band (e nelle loro immancabili liti, riunioni e separazioni), si scivola nel manierismo autocelebrativo – un destino inevitabile, vista l’evoluzione dei Pink Floyd dopo la partenza di Roger Waters, indubbiabente la mente più creativa ed innovativa del gruppo. E  insieme alla nozione del tempo, si comincia a perdere un po’ di vista anche ciò che i Pink Floyd come band hanno rappresentato per l’evoluzione della musica, con la loro ricerca filosofica e gli esperimenti sonori, grafici e i loro grandiosi concerti.

Ma il sentimento è di breve durata, immediatamente spazzato via dall’elettrizzante stanza finale dove il video di Comfortably Numb (con i Pink Floyd al Live 8 del 2005 con un ritrovato Roger Waters ritornato eccezionalmente per l’occasione) proiettato sulle pareti a trecentosessanta gradi, ci risucchia come un vortice nel magia di una delle più grandi band della nostra epoca.

 

By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Londra//fino al 1 Ottobre 2017

Pink Floyd: Their Mortal Remains

Victoria and Albert Museum, Cromwell Road, Londra.

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David Hockney @ Tate Britain

Quando nel 2012 sono andata a vedere David Hockney: A Bigger Picture la mostra che la Royal Academy aveva dedicato ai nuovi paesaggi che David Hockney aveva dipinto nel suo natio Yorkshire non capivo il motivo di tutto quel trambusto. I quadri belli certo, e grandi e molto colorati, ma per quanto guardassi non riuscivo a ‘vedere’ il cosa facesse di questo pittore il più grande pittore inglese vivente. Tanto che quando, l’anno scorso, la stessa Royal Academy ha montato David Hockney RA: 82 Portraits and 1 Still-life, non mi sono neppure presa la briga di andare a vedere la mostra.

Il fatto è che ci sono artisti che fanno così parte della nostra vita che alla fine si pensa di conoscerli bene, anche se di fatto (e certamente nel mio caso), non si sfiora neppure la conoscenza superficiale. Così, quando in realtà mi sono trovata faccia a faccia con un “vera” retrospettiva di Hockney – quella che la Tate Britain ha dedicato a questo gigante dello Yorkshire e del XX secolo per celebrare i suoi 80 anni e una carriera che dura da sessant’anni, è stato come incontrarlo davvero per la prima volta. Il fatto poi che propro di recente la BBC4 abbia riproposto HOCKNEY il magnifico documentario diretto da Randall Wright sulla vita dell’artista, è stata una fortunata coincidenza per chi come me non aveva mai avuto il tempo (e l’inclinazione) per fare una conoscenza un po’ più approfondita con questo questo personaggio. Ed è stato amore a prima vista.

David Hockney è un artista che va oltre i confini. Da quelli artistici (sperimenta praticamente con tutte le tecniche a sua disposizione: dalla tradizionale pittura ad olio all’acrilico, dal disegno alla fotografia, dalla videoarte all’arte digitale creata con l’ipad) a quelli geografici, avendo scambiato l’Inghilterra con la California nel 1964. Daltra parte chi può dargli torto. Lo Yorkshire sarà anche bellissimo, ma piove sempre e uno viene anche scusato se ha la possibilità di abbandonare la pioggia e il freddo di Bradford per il sole di Los Angeles come ha fatto Hockney nel 1964, quando ha lasciato tutto e per dirigersi verso climi più miti. Ciò che ha trovato dall’altra parte dell’Atlantico è stato un mondo pieno di colore, di piscine blu, di libertà sessuale (o almeno di più libertà sessuale rispetto alla Gran Bretagna, dove l’omosessualità era illegale fino al 1967) e di infinite possibilità che cambiano la sua arte per sempre. Abbandonando i toni cupi alla Francis Bacon, Hockney adotta un colorato naturalismo leggero come una boccata d’aria fresca. I quadri del periodo non riflettono solo il sole e il clima della California, ma la libertà e la leggerezza della sua nuova vita. E sono bellissimi.

Dipingere immagini naturalistiche lo fa sentire libero, una reazione all’astrattismo e al modernismo, la possibilità finalmente di esprimere se stesso. Ma sono i suoi ritratti che mi colpiscono in modo particolare: si tratta di amici, genitori, altri astisti, scrittori e (spesso) i suoi amanti. E se i soggetti sembrano messi in posa, quasi finti e irreali è perché lo sono che per Hockney realtà (o meglio, irrealtà) e artificialità sono parte della stessa medaglia. Uno dei miei quadri preferiti ritrae lo scrittore inglese Christopher Isherwood e il suo compagno, l’artista americano Don Bachardy nella loro casa di Santa Monica. I due si erano incontrati nel 1952 quando Bachardy aveva 18 anni e Isherwood 48 e nonostante la differenza d’eta’ rimasero insieme per oltre trent’anni, fino alla morte di Isherwood nel 1986. Hockey li ritrae in un’atmosfera di intima, confortevole domesticità: un audace dichiarazione da parte di quella che, all’epoca, era l’unica coppia di alto profilo apertamente gay, come lo era Hockey nonostante in Gran Bretagna l’omosessualità fosse ancora un crimine.

I lived in Bohemia, and Bohemia is a tolerant place.’

Hockney, Christopher Isherwood and Don Bachardy, 1968
Hockney, Christopher Isherwood and Don Bachardy, 1968. Private Collection, London © David Hockney

E se i soggetti ritratti sono affascinanti, è la tecnica con cui sono immortalati che mi colpisce più di ogni altra cosa. Quasi tutti i quadri di questo periodo (anni Sessanta/Settanta) sono dipinti in acrilico, che si asciuga subito e non può essere rimosso dalla tela rendendo correzioni e ripensamenti impossibili e richiedendo quindi mano sicura e idee chiare. Ma sin dall’infanzia disegnare per Hockney è sempre stato un modo per osservare la realtà con più attenzione e nel corso degli anni ha sviluppato una la capacità di catturare l’essenza di una scena nel più breve tempo (e metodo) possibile. Basta guardare il disegno del suo amico, lo stilista Ossie Clark: poche linee tracciate ad inchiostro e pastello e il gioco  è fatto!

“Ossie Wearing a Fairisle Sweater” 1970 Private Collection, London © David Hockney

Eppoi ci sono le foto. L’idea che una foto catturi la vita in modo più realistico di un dipinto non attacca con Hockney, per il quale noi non vediamo le cose da una solo punto di vista come attraverso l’obbiettivo di una macchina fotografica, ma da tanti punti diversi.

“When you put one piece of paper on top of another… you put two pieces of time together, and therefore make a space. I thought I was making time, then you realise you’re making space… Then you realise time and space are the same thing.”

Cosi ha cominciato a fare collage di fotografie dello stesso soggetto visto da angoli diversi. E il risultato è mozzafiato, un po’ come deve vedere il mondo attraverso gli occhi di una mosca suppongo…

Hockney cameraworks internal5 1000 650x682 joiners Creative Polaroid Collages by David Hockney

Negli anni Novanta torna nello Yorkshire per stare vicino alla madre molto anziana. Il ritorno alla terra natia non poteva non avere impatto anche sulla sua arte. Improvvisamente si trova immerso in boschi e sentieri, circondato da dolci colline. Il risultato sono una serie di giganteschi paesaggi (quelli della Royal Academy del 2012 che ho citato prima) che cercavano di catturare o ri-catturare i luoghi del suo passato e nonostante la scala monumentale sono stranamente intimi… Al giorno d’oggi alla veneranda età di ottant’anni Hockney non ha ancora finito di sperimentare e le sue ultime opere sono creata e con un’applicazione dell’ipad. Un’ennesima prova che, a dispetto della tecnica, Hockney è sempre lo stesso avventuroso Hockney.

“I’m interested in ways of looking and trying to think of it in simple ways. If you can communicate that of course people will respond, after all everybody does look. The question is, how hard.”

Qui trovate una selezione di opere di Hockney presenti nella mostra

Londra//fino al 29 Maggio 2017

David Hockney

Tate Britain

tate.org.uk

Gli anni Sessanta: la decade che ha cambiato il mondo

Nessun’altro periodo è stato mitizzato, venerato, catalogato e sezionato come gli anni Sessanta.  Ma questo non sorprende se si considera che quelli furono gli anni in cui un’intera generazione, quella dei figli della guerra, diventa adolescente. E questo terremoto generazionale investe tutto e tutti: gli anni sessanta furono semplicemente la decade in cui tutto esplose. E con l’emancipazione finanziaria dei giovani, cresce un fiorente contro-culura che investe come un ciclone l’arte, la cultura, la musica e la moda e con esse anche la coscienza politica della nuove generazioni. Ispirati da personaggi come Che Guevara e Martin Luther King che, all’epoca non ancora soggetti di cartoline e poster, ma radicali rivoluzionari – i  giovani degli anni sessanta volevano cambiare il mondo. E per un breve, elettrizzante periodo sembro’ che ci riuscissero.

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Questo (e molto altro) è il soggetto di You Say you Want a Revolution: Records and Rebels 1966-1970 l’ennesima incredibile mostra del Victoria and Albert Museum, il cui titolo è una strofa dell’omonima canzone dei Beatles, Revolution. Cinque anni, 1.826 giorni che scuotono la societa’ del dopo guerra e gettano le basi per il modo di vivere che conosciamo.landscape-1474388766-twiggy-ronald-traeger-1967-ronald-traeger

Londra diventa improvvisamente la metropoli più cool del mondo e con essa i personaggi che la popolano si tratti di Biba e Mary Quant o del Primo Ministro Labour Harold Wilson, dei Beatles e dei Rolling Stones o di Michael Caine – questi ultimi immortalati dalla lente del fotografo “cockney” David Baley, lui stesso un’icona della della Swinging London. Ogni decade è rappresentata da una città, dice l’editoriale del settimanale Time del 1966. E ripensandoci ha ragione: se l’inizio del secolo, con gli artisti della Secessione, gli Asburgo e il Valzer appartengono a Vienna, gli anni Venti sono della Parigi di Picasso e i Trenta della Berlino del Bahuaus. E se New York diventa il centro della vita creativa, politica e culturale durante negli anni Quaranta della Seconda Guerra Mondiale e gli anni Cinquanta sono della Roma di Federico Fellini, Audrey Hepburn e della Dolce Vita, Londra negli anni Sessanta è l’ombelico del mondo, il luogo in cui accadeva tutto e dove tutto sembrava possibile – almeno per alcuni.  Che, diciamocelo, non tutti avevano la fortuna di trovarsi al momento giusto nel posto giusto per godere degli aspetti più divertenti ed interessante della Swinging London, come andare alle feste, fare cose, vedere gente. Ma il senso di euforia e e di cambiamente che era nell’aria era infettivo: Winston Churchill era morto, l’aborto stava per essere legalizzato e la disoccupaziore era quasi inesistente. Il futuro sembrava a portata di mano.

Ma questa non è una mostra sulla Londra degli anni Sessanta, perlomeno non solo e grande spazio è dato alle manifestazioni contro la guerra del Vietnam e alle lotte per i diritti razziali, delle donne e dei gay che, come un fiume in piena, stavano straripando fuori dai confini degli Stati Uniti, portate  dalle parole di Frank Zappa, di Allen Ginsberg e dei Velvet Underground.  L’estate del 1966 fu, per San Francisco, totalmente indimenticabile.

Anti-vietnam demonstrators at the pentagon building 1967. Photo Bernie Boston / The Washington Post via Getty Images
Anti-vietnam demonstrators at the pentagon building 1967. Photo Bernie Boston / The Washington Post via Getty Images

I miei oggetti preferiti? Una carta di credito della Barclays del 1966, la prima banca ad estendere il credito alle donne britanniche – tutte le altre dovettero aspettare il 1973. O le parrucche da uomo appositamente create per nascondere i capelli lunghi ai colloqui di lavoro, che suggerisce l’esistenza di un’astuta razza di giovani hippy da weekend. E che dire della sala in cui – erba finta sul pavimento e megaschermi alle pareti – e’ stato ricreato il concerto di Woodstock? Gli ex giovani degli anni Sessanta, che quel periodo l’anno vissuto, abbandonano per un momento il loro ruolo di ‘persone anziane’per ritornare i giovani che in quel periodo volevano cambiare il mondo. Ed e’ bellissimo osservarli ballare, ed esclamare “Io c’ero!”

Revolution exhibition photography © Victoria and Albert Museum, London

 

Londra// fino al 26 Febbraio 2017

You Say You Want A Revolution? Records and Rebels 1966-1970

Victoria al Albert Museum

Il Giugno Fiammeggiante di Lord Leighton (Flaming June)

Gli anni Sessanta furono gli anni della rivoluzione. Il periodo più celebrato e mitizzato della nostra epoca, il decennio che genitori e nonni (e chiunque ci sia passato, anche in modo tangenziale), non ci permetteranno mai di dimenticare. Per la generazione della Swinging London liberarsi del vecchiume passato – si trattasse di idee, stili di vita, moda, pettinature o musica- era una sorta di dovere morale e tale dovere era stato esteso anche all’arte. E per la generazione della Swinging London nulla era più offensivo e fuori moda dell’arte vittoriana. E qui comincia la storia di Flaming June, il capolavoro di Frederic Lord Leighton (1830-1896).

Self portrait of Leighton (1880)
Self portrait of Leighton (1880)

Certo, quando lo presentò alla Royal Academy nel 1895 insieme ad altre cinque opere dipinte per l’occasione (le altre quattro conosciute sono Lachrymae (1895), del Metropolitan Museum of Art in New York; ‘Twixt Hope and Fear, The Maid with the Golden Hair e Candida (1894-95), tutte appartenenti a collezioni private sin dal XIX secolo), Leighton non poteva sapere che Flaming June sarebbe stato uno degli ultimi quadri che avrebbe dipinto. O che sarebbe diventato il suo dipinto più famoso e celebrato. Ma l’opera fece scalpore per il suo sapore vagamente erotico (e forse proprio per quello…) diventando da subito una delle immagini più amate e riprodotte già nel XIX secolo.

William Luson Thomas, artista e incisore e proprietario del settimanale illustrato The Graphic, lo acquistò da Leighton nel 1895, al suo ritorno da un soggiorno in Nord Africa, dove il pittore sperava di guarire dai problemi di cuore che lo avrebbero ucciso nel Gennaio dell’anno successivo. Con l’opera, Luson si era assicurato anche i diritti di riprodurla, inaugurando così una nuova era di mercificazione di quadri famosi,  prontamente trasformati in manifesti volti a decorare le abitazioni della borghesia vittoriana amante dell’arte, ma priva dei mezzi finanziari per acquistare gli originali. Tuttavia, nonostante il suo successo commerciale fosse già stabilito, il giornale vendette Flaming June nel 1906 alla famiglia Watney, titolare dell’azienda produttrice di birra James Watney & Co. che nel 1915 a sua volta lo prestò all’Asmolean Museum di Oxford, dove il dipinto rimase fino al 1930 quando fece ritorno per un breve periodo a Leighton House, allora da poco trasformata in museo per il centenario della nascita dell’artista.

Frederic Leighton gave friends and guests a preview of his paintings for the Royal Academy summer exhibition in April 1895 (Image: Bedford Lemere © Historic England Archive) The line-up reunited in Flaming June: The Making of an Icon at Leighton House Museum until 2 April 2017. (Image: Kevin Moran. Courtesy: Leighton House Museum)
Frederic Leighton gave friends and guests a preview of his paintings for the Royal Academy summer exhibition in April 1895 (Image: Bedford Lemere © Historic England Archive)
The line-up reunited in Flaming June: The Making of an Icon at Leighton House Museum until 2 April 2017. (Image: Kevin Moran. Courtesy: Leighton House Museum)

Dopodiché il vuoto. Il quadro scomparve letteralmente dalla faccia della terra per oltre trent’anni, prima di riapparire nel 1962 nella vetrina del negozio di un un corniciaio di Battesea (portatovi da un muratore che sosteneva di averlo trovato in una casa non lontana da lì destinata alla demolizione), dove attrasse l’attenzione del musicista e compositore Andrew Lloyd Webber. Ma Lloyd Webber, allora uno squattrinato studente d’arte con la passione per l’arte vittoriana e ambizioni da collezionista, non possedeva le cinquanta sterline necessarie per comprare il quadro (il successo di musical come Jesus Christ Superstar, Evita, Cats e Il fantasma dell’opera che gli averebbe portato fama e denaro e che gli ha permesso di ammassare un’impressionante collezione di arte vittoriana, era ancora lontano) e avendo appena speso la stessa cifra in libri antichi, si risolse a chiedere un prestito a sua nonna. Che glielo rifiutò, dicendo che non voleva ‘cianfrusaglie vittoriane’ in casa sua. Con buona pace di Lloyd Webber che dovette rassegnarsi a dire addio alla sua bella addormentata.

Eventualmente il dipinto fu comprato nel 1963 per sole £2,000 dall’uomo di affari portoricano Luis Ferré, a cui invece le ‘cianfrusaglie’ vittoriane piacevano molto, tanto da costruire persino un museo a Ponce, la sua città natale, sulla costa meridionale dell’isola di Puerto Rico, in cui ospitare la sua collezione di Preraffaelliti. E da quell’isola del mar dei Caraibi, la fama del dipinto ha continuato a crescere inesorabilmente: oggigiorno Flaming June è un quadro talmente famoso che si fatica a ricordare che manca dall’Europa dal 2008, quando cioè fu esposto a Tate Britain insieme ad un altra chicca della collezione di Luis Ferré, The Sleep of Arthur in Avalon di Burne Jones.

Frederic Lord Leighton Flaming June (1895) Museo de Arte de Ponce
Frederic Lord Leighton Flaming June (1895) Museo de Arte de Ponce

A prima vista Flaming June sembra solo un groviglio di tessuto stropicciato di un arancione, caldo e luminoso come il sole di una calda giornata di Giugno. La stagione preferita dai pittori dell’Estetismo era infatti la piena estate, quando il sole accende di luce i colori della natura. Nel dipinto di Leighton brillanti colori tizianeschi rivestono un corpo dalla potente anatomia michelangiolesca: Michelangelo non a caso utilizza quella posa raggomitolata di origini classiche nella figura de La Notte (1521-34) per le Cappelle Medicee nella Basilica di San Lorenzo a Firenze, scultura di cui Leighton possedeva diverse fotografie che conservava nel suo studio.

Le immagini di donne inconsapevoli – fossero esse addormentate, assorte, morte o morenti come l’Ophelia di John Everett Millais (per cui Millais fece immergere Lizzie Siddal, la moglie dell’amico Dante Gabriel Rossetti in una vasca da bagno riscaldata da candele – esperienza dalla quale la giovane uscì con una feroce bronchite che quasi la uccise per davvero…) sono una caratteristica dell’epoca vittoriana. Ma a differenza della tormentata Ophelia preraffaellita di ispirazione botticelliana, con Flaming June ci troviamo davanti all’Estetismo all’ennesima potenza. Come le sensuali bellezze dalle labbra carnose del Rossetti dell’ultimo periodo, anche Flaming June è esattamente ciò che rappresenta: una giovane donna addormentata. Inutile cercare tra le pieghe di quel brillante tessuto arancione un significato più profondo dello squisito esercizio di padronanza della linea e del colore in cui gli esteti erano maestri. Leighton, dapprima associato ai Preraffaelliti, si allontanò verso la fine della sua carriera da soggetti allegorici per abbracciare il credo estetico dell’arte per l’arte. Per lui e per gli altri artisti, Whistler, Watts, Albert Moore e Burne-Jones, ciò che importava non era il soggetto, ma la sublime combinazione di amosfera, armonia del colore e bellezza della forma. Dipinto al tramonto della sua vita, Flaming June è l’ultimo colpo di coda del più intellettuale e rigoroso dei figli dell’Estetismo.

Londra//fino al 2 Aprile 2017

Flaming June: The Making of an Icon

Leighton House Museum, 12 Holland Park Rd, Kensington, London W14 8LZ

Paola Cacciari, pubblicato su Londonita

In giro per musei: Design Museum

Giorno libero, fa un bel freschino ma il sole splende e il cielo blu: perfetto per una scarpinata sulla riva sud del Tamigi. È una parte della vecchia Londra che trovo davvero suggestiva. Qui, nascosto dietro al Tower Bridge e le ottocentesche banchine portuali di Butler’s Warf, i cui imponenti magazzini per le merci sono stati trasformati in appartamenti di lusso, si trova quello che fino all’anno scorso era il Design Museum e che ora è diventato l’archivio dello studio di architettura della compianta Zaha Hadid.

Design Museum. London, 2015 © Paola Cacciari
Design Museum. London, 2015 © Paola Cacciari

Aperto nel 1989 per volere di Sir Terence Conran, il Design Museum è stato il primo museo al mondo dedicato a al design in tutte le sue forme, compresa la moda, l’architettura e la grafica. Nonostante il mio ex-compagno fosse un fanatico di Habitat e non facesse entrare in casa sua nulla che non provenisse dal grande grande negozio di Tottenham Court Road, non avevo idea di chi Terence Conran fosse. Fino a  quando, nel 2011, in occasione degli 80 anni di Conran, il Design Museum allesti’ una mostra davvero geniale, opportunamente intitolata The way we live now. E i rimandi alla geniale satira di Anthony Trollope non sono casuali, che questa mostra offre la stessa penetrante visione della società inglese offertaci da Trollope nel XIX secolo, anche se decisamente meno cattiva…

Terence Conran, circa 1950. Photographer Ray Williams
Terence Conran, circa 1950. Photographer Ray Williams

Terence Conran ha fatto per il design quello che Mary Quant ha fatto per la moda: l’ha cambiato. È grazie a lui se gli inglesi hanno scoperto il piumone (duvet), gli utensili da cucina francesi e la cultura del caffè del continente. Designer, imprenditore, innovatore e buongustaio, Conran ha iniziato la sua carriera nel clima austero del dopoguerra, quando decide che il design doveva essere accessibile a tutti, sia nel gusto che nel costo. Il primo negozio Habitat, aperto nel 1964, in Fulham, vendeva mobili e oggetti per la casa funzionali, semplici e lineari.  E non a caso il suo spirito innovatore trovò ampio consenso nella Swinging London degli Anni Sessanta e in Mary Quant, per cui Conran disegno’ gli interni del negozio.

Sull’onda del successo di Habitat, Conran ha aperto una nuova serie di negozi, The Conran Shop, che ancora oggi offrono una selezione dei maggiori brand del design internazionale. Ma non finisce qui. Che oltre ai mobili questo instancabile creativo ha firmato anche spazi pubblici, (il Terminal One dell’aeroporto di Heathrow), librerie e ristoranti -l’altra sua grande passion, tra cui il famoso Bibendum all’interno dello storico edificio Michelin House, acquistato nel 1985. Da allora ne ha inaugurati più di 30 nelle più importanti città del mondo contribuendo non poco a modificare anche il gusto inglese per la tavola. Quando si dice la passione…

Il nuovo Design Museum riaprirà il 24 Novembre 2016 nella nuova sede di High Street Kensington, nel vecchio edificio che in precedenza ospitava il Commonwealth Institute in High Street Kensington, nella zona Ovest di Londra vicino ad Holland Park. Per maggiori informazioni cliccate qui

2016 ©Paola Cacciari

AL Barbican la Gran Bretagna raccontata dai fotografi internazionali

Ci sono molte ragioni per cui amo la fotografia, ma quella principale è che ha il potere di fermare il tempo. Io stessa sono un’entusiasta fotografa, anche se all’ingombro della DLSR preferisco una piccola Canon che sta in una mano e che viene con me ovunque nel caso ci sia un attimo di interessante, uno di quei “momenti decisivi” per dirla alla Cartier-Bresson, di cui voglio appropriarmi. Che per me la fotografia è fotogiornalismo, ritrattistica, natura o travel photography, insomma un mezzo per documentare la realtà.

Per questo non vedevo l’ora di visitare la mostra fotografica della Barbican Art Gallery: perché sapevo che avrei trovato tutto quello che mi piace di questa tecnica. Curata dal Martin Parr, Strange and Familiar: Britain as Revealed by International Photographers fa esattamente quello che dice di fare: racconta gli ultimi novant’anni di storia sociale britannica vista attraverso l’obbiettivo di 23 fotografi internazionali.

E ci tengo a sottolineare questa non-britannicità dei fotografi proprio perché la grande maggioranza dei soggetti immortalati mostrano persone di ogni classe sociale, età e razza impegnate in azioni di ogni tipo – da quelle importanti come manifestare contro la guerra, a quelle più banali come aspettare la metropolitana. Inutile dire che non mancano le eccentricita’  di vario tipo – una cosa in cui gli inglesi riescono benissimo anche adesso.

Henri Cartier-Bresson – Coronation of King George VI, Trafalgar Square, London, 12 May 1937 © Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos
Henri Cartier-Bresson – Coronation of King George VI, Trafalgar Square, London, 12 May 1937 © Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

E se tra i fotografi in questione c’era chi era più interessato all’aspetto sociale degli inglesi, chi alla vita dei minatori gallesi e agli slum dell’East End di Londra, i più sembrano essere affascinati dagli stereotipi che ancora adesso affascinano i turisti – autobus double decker avvolti dalla foschia del mattino, minigonne e hippies, lavoratori della City in bombetta e ombrello, famiglie che prendevano il tè (quando ancora il tè era un rito da rispettare) al bordo i una strada armati di tavolo e sedie da campeggio, bobbies e cappelli a cilindro.

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Girl holding a kitten. 1960. Photograph by Bruce Davidson/Magnum Photos

Ci sono nomi che conosco bene, come il mitico francese Henri Cartier-Bresson (1908-2004) o gli americani Paul Strand (1890-1976) e Bruce Davidson (b.1933) , altri che riconosco come l’americano Robert Frank (b.1924) e l’olandese Cas Oorthuys (1908-75) altri che non avevo mai sentito prima d’ora come il nostro Gian Butturini (b.1935) che visita Londra negli anni Sessanta e fotografa la Swinging London. E devo dire che dopo la carrellata di cieli grigi, povertà e sconforto come quelli della fotografa tedesca Edith Tudor-Hart (1908-73), è un sollievo vedere un gruppo i persone che si stanno divertendo un mondo…

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London, Gian Butturini

La sala finale della mostra è dedicata a un video che in realtà è una presentazione silenziosa di centinaia di foto a colori scattate nel centro commerciale Bullring di Birmingham dal fotografo olandese Hans Ejkkelboom (b.1949). Ha organizzato le immagini in griglie e sequenze in base alle similarità degli abiti, colore, forma, taglio, i marchi, modelli di ciò che le persone indossano così via Il commento dice che è ‘mettere in discussione la costruzione dell’identità e autorappresentazionè, il che significa lui sta sottolineando che un gran numero di persone che con affetto si immaginano di essere individui mentre indossano la stessa roba prodotta in serie. La presentazione è inquietante e ipnotica un finale appropriato per un’esposizione stupefacente.

2016 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 19 Giugno 2016

Strange and Familiar: Britain as Revealed by International Photographers

barbican.org.uk