What’s in a Coffee? — Front of House Museums

This sector is rife with under pay, paying a head of coffee £40,000 is not the problem. The sector is the problem.

via What’s in a Coffee? — Front of House Museums

Il surreale mondo di Dorothea Tanning

“Certo che la vita moderna può essere davvero surreale!!” mi viene da pensare mentre me ne sto affascinata davanti all’enorme girasole abbandonato sul pianerottolo di quello che sembra essere il sinistro corridoio di un sinistro albergo.

Eine Kleine Nachtmusik 1943 by Dorothea Tanning 1910-2012, Purchased with assistance from the Art Fund and the American Fund for the Tate Gallery 1997
Eine Kleine Nachtmusik 1943 by Dorothea Tanning. Tate, Purchased with assistance from the Art Fund and the American Fund for the Tate Gallery 1997

Dipinta nel 1943 quando Dorothea Tanning stava con il suo compagno, l’artista Max Ernst (all’epoca ancora sposato con Peggy Guggenheim) in Arizona, la tela si chiama Eine Kleine Nachtmusik, come l’omonima serenata in Sol maggiore K 525 scritta nel 1787 da Wolfgang Amadeus Mozart, che lei amava molto. Ma al contrario della seranata di Mozart, il dipinto della Tanning sembra un incrocio tra una romanzo gotico e un’incubo freudiano, che pare gridare a gran voce “se la vita domestica è questa, preferisco passare, grazie!”. E chi può darle torto? Vivere con Max Ernst, che sposa nel 1946 quando divorza da Peggy  Peggy Guggenheim e condividere la vita di un surrealista doveva essere un’esperienza a di poco ….surreale!

Nata a Galesburg, nell’Illinois, Dorothea Tanning (1910-2012) si trasferì giovane a Parigi, dove visse per ventotto anni, prima di tornare in America, a New York dove, nel dicembre 1942 conobbe il pittore Max  Ernst. Ernst – che all’epoca era ancora sposato con Peggy Gughenheim – stava selezionando opere per una mostra dedicata ad artisti donne alla galleria d’arte Art of This Century che apparteneva alla moglie. I due si innamorano e si imbarcano in una vita insieme che li porta a Sedona in Arizona, e più tardi in Francia. Con lui la Tanning inizia a frequentare i circoli del Surrealismo e si sposano nel 1946 una volta che Ernst ottiene il divorzio dalla moglie.

Dorothea Tanning Insomnies (Insomnias) 1957
Dorothea Tanning Insomnies (Insomnias) 1957

Ma come sempre accade in questi casi, l’essere una donna e per di più un’artista in passato non era una cosa semplice (a dire il vero non lo è neanche adesso, ma va meglio…) e già negli anni Cinquanta la Tanning il Surrealismo lo aveva già abbandonato (ma non il marito surrealista) per dedicarsi ad una pittura meno esplicita fatta di immagini frammentate e prismatiche, come quelle di Insomnias (1957) in cui forme di semi-astratte di corpi avvinghiati il cui  tormentato espressionismo degni di Francis Bacon (anche s e con colori meno cupi bisogna dirlo…) alcuni davvero molto belli, altri cosi’ spaventosi che ancora una volta mi chiedo quali incubi si celassero nell’inconscio di questa donna.

Con i costumi teatrali è tutta un altra storia. Non sapevo che avesse disegnato i costumi per i balletti di Balanchine ed è una meravigliosa sorpresa. Dorothea Tanning incontrò per la prima volta il coreografo russo George Balanchine nel 1945 e tra il 1946 e il 1953 crea costumi e scenografie per quattro dei suoi balletti. Inutile dire che, come i suoi dipinti, anche le creazioni della Tanning per il teatro ed il balletto evocano luoghi misteriosi ispirati ai romanzi gotici e alle fiabe.

2019 © Paola Cacciari

Londra// fino al 9 Giugno 2019

Dorothea Tanning @ Tate Modern

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I tessuti magici di Anni Albers a Tate Modern

Si sarà anche chiamato Modernismo, ma la modernità non era sempre all’ordine dell’giorno e certi l’atteggiamenti erano duri a morire anche all’interno del piu’ “moderno” dei movimenti storici e culturali..

Affascinata dal mondo dell’arte, ma soprattutto dalle arti visive e grafiche e dalla pittura, Anni Albers (1899-1994) aveva iniziato a studiare nella scuola di Weimar nel 1922. Ma per tutte le sue aspirazioni all’uguaglianza, anche nel tempio del Modernismo, il Bauhaus di Walter Gropius, alle donne erano precluse specifiche discipline come l’architettura, la pittuta e la scultura (anche quella del vetro, che lei voleva frequentare insieme al futuro marito, il pittore Josef Alber.

Anni Albers © 2018 The Josef and Anni Albers Foundation/Artists Rights Society (ARS), New York/DACS, London
Anni Albers © 2018 The Josef and Anni Albers Foundation/Artists Rights Society (ARS), New York/DACS, London

Come per altre studentesse, anche la Albers fu indirizzata, suo malgrado, verso il laboratorio di tessitura, consideratto piu’ consono ad una signora. Ma le discipline sono porose e niente lo è più del tessile. E non essendo una che si fa dominare dagli eventi, invece di scoraggiarsi, la Albers decide presto si sfruttare al massimo la possibilità datale, creando per il Bauhaus una serie di opere che hanno cambiato per sempre non solo il significato di geometria astratta, ma anche il concetto di cosa sia un tessuto. A Dessau, dove Anni e Josef si erano trasferiti nel 1925 dopo essersi sposati seguendo le deambulzazioni del Bauhaus,  Anni studia con  Kandinsky e Paul Klee. Molti suoi disegni furono pubblicati e ricevette molti contratti per degli arazzi

Ma fu solo quando, con il marito Joseph decidono di scambiare la Germania nazista per gli Stati Uniti, dove al nuovo Black Mountain College in North Carolina la Albers può dare pienamente sfogo alla sua creatività con una serie di tessuti puramente “pittorici”.

Ma quelli della Albers non sono tessuti decorativi, almeno non SOLO tessuti decorativi, ma esemplari unici come un’opera d’arte, eppure replicabili a livello industriale. E per sottolineare questo concetto, la mostra si apre con un telaio, a dimostrare la relazione tra uomo e macchina. E se molti dei suoi tessuti hanno uno scopo pratico, almeno all’inizio, questo scopo si diluisce nel tempo fino a scomparire nella pura arte per l’arte, nella decorazione fine a se stessa. Devo ammettere che più che in un museo a volte sembra di essere dentro un negozio della catena Habitat (il che mi va benissimo che adoro Habitat…), e questo mi porta a pensare del cosa ne sarebbe stato di Habitat senza la Albers… Lei infatti demolisce ogni distinzione tra pittura e artigianato, tra arti applicate e arti decorative, tra tradizione e modernità.
Che nonostante il suo essere donna l’abbia forzata al telaio piuttosto che al cavalletto, e abbia oscurato i suoi meriti per quelli del marito Joseph, Anni è riuscita comunque a tessere la sua magia.

2019 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 27 gennaio 2019

Anni Albers @ Tate Modern

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Picasso, 1932: Amore, fama, tragedia.

Nel 1932 Pablo Picasso (1881-1973) era uno degli artisti più famosi del XX secolo. A cinquant’anni vestiva eleganti abiti inglesi cuciti a Savile Row e scorrazzava tra la sua casa di Parigi nell’elegante rue La Boétie, e quella di Boisgeloup, in Normadia su una Hispano-Suiza guidata da una autista che Picasso non sapeva guidare. Ma era anche molto inquieto, intrappolato dalla vita borghese che si era costruito e che era lontana anni luce dal suo passato di povero immigrato spagnolo che sbarcava il lunario al Bateau Lavoir. In questo periodo flirta con il Surrealismo mentre continua a cercare di battere il rivale Henry Matisse nella gara dei colori.

Marie Therese Walter at the beach (photo by Picasso)
Marie Therese Walter at the beach (photo by Picasso)

Dopo una turbolente relazione con la modella Fernande Olivier, nel 1918 Picasso sposa la russa Ol’ga Chochlova, ballerina della troupe dei Balletti Russi di Sergej Djagilev e la modella di gran parte delle opere da lui create tra il 1910 e il 1920. Ma il matrimonio non gli impedisce di intessere un’appassionata relazione con la giovane Marie-Thérèse Walter (1909-1977) dalla quale ebbe una figlia, Maya, ma che non sposò mai (in quanto ancora sposato con Ol’ga che, quando nel 1935 scoprì i tradimenti del pittore, chiese il divorzio e con il figlio Paulo si trasferì nel sud della Francia). Marie-Thérèse aveva diciassette anni quando nel 1927 incontra Picasso. Lui ne aveva quarantacinque. La loro turbolenta relazione si concluse poi nel 1935 quando Picasso si innamorò dell’artista surrealista Dora Maar, ma questa è un’altra storia.

Marie-Thérèse è ovunque in questa mostra: nei dipinti, su di un bassorilievo di bronzo, in una scultura. Marie-Thérèse che dorme, sogna, nuota e siede su una sedia. “Dipingo”, disse Picasso, “nello stesso modo in cui alcune persone scrivono un’autobiografia”. E certo le sue opere sono il migliore dei diari: qui le sue emozioni, le sue passioni, i suoi tradimenti sono esposti senza filtri agli occhi di chiunque volesse vederli. Ma nel suo diario o dipinto, non si fa menzione di nessuna delle vicende storiche di quelli anni che portarono alla seconda conflitto mondiale. Picasso non era interessato alla politica, solo a se stesso, almeno fino a quando il bombardamento tedesco della città di Guernica gli fece cambiare idea e produrre una delle tele più potetenti del secolo.

 

Mentre nuotava nell’inquinato fiume Marne Marie-Thérèse contrasse un’infezione che la portò a perdere gran parte della sua bellissima chioma bionda. Questa vicenda colpì molto Picasso che riversò le sue emozioni sulla tela tramite l’uso di colori meno brillanti. Da qui il drammatico sottotitolo appioppato dai curatori della Tate “Love, Fame and and Tragedy” come esca per attirare il pubblico – come se da solo il nome di Picasso non bastasse ad attirare frotte di devoti pellegrini o semplici curiosi.

Pablo Picasso The Rescue (Le Sauvetage) 1932 Fondation Beyeler, Riehen/Basel. Sammlung Beyeler © Succession Picasso/DACS, London 2018
Pablo Picasso The Rescue (Le Sauvetage) 1932 Fondation Beyeler, Riehen/Basel. Sammlung Beyeler © Succession Picasso/DACS, London 2018

Quando esco dalla mostra sono certa di tre cose:

  1. che Picasso non è un cubista, o almeno non è SOLO un cubista (cioè lo è stato, ma per troppo poco tempo perchè questa etichetta basti a contenera l’esuberanza creativa che lo ha portato a creare circa 50,000 opere nel coso della sua esistenza) basta guardare la linea sinuosa e ipnotica che contiene a stento l’esplosione di colore dei suoi dipinti del 1932;
  2. che i suoi disegni, schizzi ad inchiostro e incisioni sono di una bellezza strepitosa e non mi stancherei mai di guardarli;
  3. che nonostante tutto il mio Picasso preferito e quello degli inizi, del periodo Blu e Rosa, piú figurativo e per me infinitamente piú poetico.

Nonostante tutto, questa è una mostra straordinaria. Tanto di cappello alla Tate Modern. 🙂

 

Londra // fino al 9 settembre 2018

Picasso 1932 – Love, Fame, Tragedy

Tate, Millbank, London SW1P 4RG
http://www.tate.org.uk

2018 ©Paola Cacciari

 

Londra // fino al 9 settembre 2018

Picasso 1932 – Love, Fame, Tragedy

Tate, Millbank, London SW1P 4RG
http://www.tate.org.uk

 

Modì, mon amour!

Se c’è stato qualcuno che ha fatta sua l’arte del networking, quello è stato il nostro Amedeo Modigliani (1884-1920). Nato a Livorno nel 1884 da una colta da una famiglia ebraica che incoraggia il suo talento, Modigliani sa che se vuole fare carriera nel mondo dell’arte c’è solo un posto dove può realizzare il suo sogno. E così nel 1906 si trasferisce a Parigi.

 Modigliani in his studio, photographed by Paul Guillaume, c1915. Photograph: © RMN-Grand Palais (Musée de l’Orangerie)
Modigliani in his studio, photographed by Paul Guillaume, c1915. Photograph: © RMN-Grand Palais (Musée de l’Orangerie)

La Parigi d’inizio secolo era la Mecca artistica dell’avanguardia, che cavalcava ancora la scia dell’Esposizione di Parigi del 1900. Come Picasso sei anni prima, anche Modì cerca un alloggio sulla collina di Montmartre, un altro forestiero tra i molti che già avevano cercato riparo lungo il pendio della collina, che andava ad ingrossare la popolazione indigen di quel area, fatta di piccoli commercianti, intrattenitori, piccoli criminali, prostitute (in pratica tutti coloro che erano stati eradicati dagli sventramenti voluti da Napoleone III e portati avanti dal politico, urbanista e funzionario Georges Eugène Haussmann (meglio noto come Barone Haussmann) oltre a, naturalmente, numerosi artisti attirati dall’economicità dalla zona.

E dato che oltre ad essere fuori dei confini della città (e pertanto libera dalle tasse municipali), poteva vantare una produzione di vino locale (tuttora conserva le uniche vigne di Parigi), non sorprende che Montmartre divenne in breve il centro dell’intrattenimento (meglio se decadente), con i suoi cabaret tra cui il Moulin Rouge e de Le Chat noir e le Lupin Agile.

Come tutti coloro che non potevano permettersi altro, anche Modigliani trova un alloggio nei pressi de Le Bateau-Lavoir, lo stabile al numero 13 di place Émile-Goudeau che aveva visto tempi migliori come fabbrica di pianoforti  e che all’epoca era l’abitazione di numerosi artisti, tra cui uno squattrinato Picasso, ma anche Georges Braque, Max Jacob, Marie Laurencin, Guillaume Apollinaire e André Salmon. In breve Modì comincia a frequentare il gruppo di Picasso (restando pero’ sempre ai margini del cubismo), stringe una profonda amicizia con il russo Chaïm Soutine, conosce Brancusi e si fa affascinare dall’arte africana e, sulla scia di Henri de Toulouse-Lautrec e Paul Cézanne, insieme agli altri si diede da fare per dare il suo contributo alla creazione dell’arte moderna.

Modigliani, Pablo Picasso and André Salmon, 1916
Modigliani, Pablo Picasso and André Salmon, 1916

Ma Modì non vuole essere associato a nessun altro e come Brancusi prima di lui resta fieramente indipendente dalle correnti delle nuove avanguardie. Il suo stile è unico, i volti allungati che rigordano vagamente le maschere africane, resi con linee pure, dagli occhi a mandorla e nasi storti che torreggiano su bocche enigmatiche. Come Picasso, anche Modigliani riduce la forma umana all’essenziale.

Modigliani amava dipingere, ma la sua vera passione era la scultura. Una passione che porta avanti con difficoltà visto che era cosi squattrinato che doveva rubare i blocchi da scolpire ai muratori delle imprese edili che stavano poco a poco gentrificando la collina di Montmartre, e che deve abbandonare dopo pochi anni in quanto la sua tubercolosi peggiorava causa delle polveri generate dalla scultura.

Dal 1914 torna così alla pittura, ritraendo gli amici di baldoria di Montmatre e del Le Bateau-Lavoir, come l’amico Chaïm Soutine, la scrittrice e giornalista inglese Beatrice Hastings, alla quale rimase legato sentimentalmente per due anni dal 1914 al 1916, e ancora Pablo Picasso, Diego Rivera, Juan Gris, Max Jacob e gli scrittori Blaise Cendrars e Jean Cocteau. Modì sembra essere in grado di riuscire ad evocare la vita interiore del soggetto dipinto con pochi, rapidi tratti. Il suo stile unico e inconfondibile lo rendeva ansioso e insicuro, la sua non appartenenza lo rendeva curioso e sospetto specialmente in una piccola comunità come quella degli artisti di Montmatre, dove sapeva di essere attentamente sorvegliato da coloro che avevano già tentato prima di lui di sfondare nel mondo dell’arte e avevano fallito o stavano ancora cercando di fare il grande colpo..

One of Amedeo Modigliani’s nudes, painted in 1917 Credit: Private Collection

Ma è con i suoi nudi che Modigliani che scandalizzò il pubblico benpensante in quel periodo, mandando in fumo così le sue possibilità di carriera. Che se la resa grafica dei peli pubici di per sé non era abbastanza scandalosa, lo sguardo invitante delle sue modelle (un ovvio riconoscimento di un cambiamento nel costumi sessali delle donne d’inizio secolo, raccolto anche da Richard Strauss nella sua Salome, rappresentata per la prima volta il 9 dicembre 1905 a di Dresda) era imperdonabile.  Poco importa che altri pittori – da Giorgione a Tiziano, Velazques e Manet avessero dipinto il soggetto prima di lui. E così la prima (ed unica) mostra personale che Modì ebbe durante la sua vita, organizzata nel 1917 con grandi difficoltà dal suo amico e patrono Léopold Zborowski nella Gallerie Berthe Weill, fu costretta a chiudere ancora prima di essere aperta da uno scandalizzato capo della polizia, offeso dai dipinti di nudi distesi messi in vetrina per attirare i passanti.

Modiglian’s partner Jeanne Hebuterne, 1919. Photograph: http://www.scalarchives.com

Come tutti ben sappiamo, Modigliani sarebbe di lì a poco diventato una celebrità, ma come spesso accade nei casi delle meteore che bruciano troppo e troppo in fretta, non visse abbastanza a lungo da godersi il successo. Per questo l’ultima sala di questa gloriosa mostra è allo stesso tempo la più serena e la più tragica. Mentre è sorprendente che, in questo periodo tra le droghe, l’alcool e la tisi, Modigliani fosse ancora in grado di tenere un pennello in mano, il dipinti di questo periodo sono caratterizzati da una sensazione di quasi-classica serenità. Aveva incontrato l’amore. La giovane pittrice Jeanne Hébuterne, era la modella più amata da Modì. Proveniente da una famiglia borghese cattolica e conservatrice, che la disconosce a causa della sua relazione con Modigliani (che considervano poco più di un derelitto debosciato) Jeanne Hébuterne ne diventa la compagna; nel 1918 da’ alla luce la loro bambina e, nonostante le obbiezioni della sua famiglia, i due decidono di sposarsi. Ma a questo punto la salute di Modigliani, aggravata da complicazioni causate da abuso di sostanze, si stava deteriorando rapidamente e l’artista muore il 24 Gennaio 1920, tanto povero che gli amici del pittore fecero una colletta per saldare la fattura del funerale.

Alla notizia della morte dell’amato Amedeo, Jeanne, che era incinta del loro secondo figlio, si gettò da una finestra al quinto piano morendo sul colpo. Una tragedia nella tragedia. Dovranno trascorrere dieci anni perchè la famiglia Hébuterne permettesse ai resti di Jeanne di essere trasferiti al cimitero di Père Lachaise, per riposare accanto al suo Modigliani.

Londra// fino al 2 Aprile 2018

Modigliani @ Tate Modern #Modigliani

tate.org.uk

2018 ©Paola Cacciari

L’arte della Rivoluzione Russa 1917-1932

La propaganda non è una cosa nuova: dalle piramidi egiziane alle statue degli imperatori romani, passando per ritratti di re e regine, l’arte è stata per millenni un modo per legittimare e manipolare il pubblico. Ma nessuno l’ha fatto nel modo cosi assolutamente sfrontato come il i bolscevichi di Lenin (prima) e di Stalin (dopo). D’altra parte non avevano scelta. I bolscevichi di Lenin erano perfettamente coscienti della fragilità del loro potere e per questo erano pronti a fare di tutto per mantenere l’ autorità che avevano guadagnato nell’ottobre del 1917.E allora Lenin in bronzo. Lenin dipinto. E ancora Lenin, questa volta sotto forma di statuetta di porcellana. Ma il suo viso lo si trova anche su foulard, piatti, vasi, tazze. Davvero, vivo o morto, non c’è verso di evitare lo sguardo severo del leader della Rivoluzione Bolscevica.

La Russia era un paese primitivo, sorprendentemente arretrato nel 1917. E alla guida di una vasta popolazione di servi che abitavano in primitive capanne di legno in migliaia di villaggi fangosi, era la classe di proprietari terrieri chiusi nelle loro eleganti case di campagna servita da medici locali e avvocati che a loro volta, aspiraravano ai lussi goduti dalle classi superiori nelle poche città degne di questo nome – Kiev, San Pietroburgo, Mosca. Questa era la classe rappresentata nelle opere di Anton Chekov (1860-1904). In queste grandi città l’aristocrazia si mescolava a una piccola classe di autocompiaciuti intellettuali che si congratulvano per la fioritura delle arti che aveva trasformato la vita culturale russa alla fine del XIX secolo – molti dei quali (artisti, scrittori ed impresari) hanno trovato posto nella bellissima mostra “Russia and the arts tenutasi la scorsa primavera alla National Portrait Gallery.

Bolshevik (1920) by Boris Mikailovich Kustodiev. State Tretyakov Gallery. Photo © State Tretyakov Gallery

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento la Russia stava attraversando una tarda quanto velocissima rivoluzione industriale. Nel 1861 lo zar Alessandro II, salito al trono nel 1855 aveva abolito la servitù della gleba e dato la possibilità ai contadini di affrancarsi se questi erano in grado di riscattare la terra in cui lavoravano. Inutile dire che, lungi dallessere in grado di trasformarsi in piccoli proprietari terrieri, nel 1881 la meta’ di questi contadini doveva ancora finire di pagare per la propria libertà. Migliaia di ex servi si trovavano improvvisamente liberati e poverissimi non hanno altra scelta che abbandonare la loro vecchia vita e cercare impiego in fabbrica. Le dimensioni di città come San Pietroburgo raddoppiano nel giro di soli quindici anni. Ma con al loro entrata nella classe operaia, gli ex servi cominciano a chiedere condizioni di lavoro migliori (la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore e il salario minimo giornaliero) e più rispetto da parte dei datori di lavoro. Ed è  qui che cominciano i problemi. In seguito ad uno sciopero generale cui avevano aderito 250.000 lavoratori, che ebbe luogo la domenica del 9 gennaio 1905, decine di migliaia di persone scesero pacificamente davanti al Palazzo d’Inverno, inneggiando allo Zar. I tapini erano infatti convinti che se lo Zar avesse saputo delle loro difficili condizioni di vita, avrebbe tentato di migliorarle. Illusi. Per tutta risposta le truppe imperiali spararono sulla folla, lasciando sul terreno oltre duemila feriti e centinaia di morti, uccidendo così per sempre la cieca fiducia che il popolo russo aveva da sempre nello Zar.

Quando lo Zar, il debole e indeciso Nicola II, trascina il Paese nella trappola della Grande Guerra nel 1914 che l’arrettratezza e la debolezza dell’economia russa emersero in tutta la sua tragedia. Le truppe, mandate a combattere con armi antiquate ed uniformi e attrezzature inadeguate, furono rapidamente sconfitte dall’esercito tedesco – una sconfitta resa più facile dal fatto che lo Zar insistette (come il suo predecessore Alessandro I, quello di Guerra e Pace) a guidare personalmente la guerra invece che lasciare le manovre militari in mano agli esperti. Presto la mancanza di cibo e altre privazioni andarono ad aggiungersi all’umiliazione nazionale e alla raffica di sconfitte. Con lo Zar al fronte, il vuoto di potere da lui lasciato viene colmato dalla figura di Rasputin. La reputazione della zarina Alexandra fu rovinata. La guerra fu un disastro per i Romanov. Operai e agricoltori erano trascinati via dei loro posti di lavoro per essere trucidati dall’armata tedesca. Con le fabbriche vuote e i campi abbandonati, seguirono inevitabili la mancanza di cibo e l’inflazione. La gente era affamata e arrabbiata e fu la fame che alla fine condannò la dinastia. Alla fine, persino i soldati dell’armata imperiale, stanchi di sparare sui loro concittadini decisero di unirsi a loro. La rivoluzione era cominciata. La cosa sorprendente è che bisognerà aspettare fino alla primavera del 1917 perchè  il governo dello Zar sia rovesciato e Nicola II costretto ad abdicare.
La visione di Lenin di una Russia ideale si tramanda cristallizzandosi pienamente in quella di Stalin che, dal 1932 al 1952 regolerà profondamente la realtà sovietica in tutti i campi della vita. Le parate militari promuovevano un immagine di forte identità politica e lo sport, come la marcia, era considerato fondamentale nella vita del cittadino sovietico. Lo sport serviva a disciplinare a mente non solo il corpo, mentre quest’ultimo era modellato dall’esercizio – che lo  rendeva simile ad una scultura.

Arkadii Shaikhet, Komsomol Youth at the Wheel 1936

Il mondo ideale della Rivoluzione è abitato da giovani contadine che lavorano nei campi indossando abiti ricamati straordinariamente ordinate e pulite, e da contadini (naturalmente) anch’essi giovani e belli che, sudati ed abbronzati, sorridono con emozione all’arrivo della nuova trebbiatrice a motore mostrando un fila di perfetti denti bianchissimi e da statuari operai rappresentati orgogliosamente con gli strumenti di lavoro su piatti e tazze di ceramica che (a differenza di dipinti) portano il messaggio propagandistico del governo anche nei più remoti confini dell’ex impero russo. Ma la realtà era molto diversa. Le promesse fatte dai bolscevichi quando presero il potere nel 1917 non furono mantenute (suona famigliare??) e i contadini, ben diversi dagli eroi rurali dipinti dalla propaganda rivoluzionaria, non avevano nulla di cui sopravvivere.

Non sorprende pertanto che, anche nel pieno della rivoluzione russa, le foreste di betulle e le cupole a forma di cipolla continuano ad essere potenti simboli di identità nazionale. Il fatto che molti tra filosofi, poeti ed intellettuali avevano n nostalgia del fascino e della bellezza della vecchia Russia, quella degli zar che stava velocemete scomparendo sotto gli scarponi delle masse proletarie. In un’epoca che aborriva ogni cosa legata al passato e che aveva fatto della confisca della proprietà privata la sua bandiera, molti si ritrovano a pregare il governo di non distruggere le vecchie chiese ortodosse dale cupole colorate. Quadri come The Day of the Annunciation (1922) di Knstantin Youn celebrano la nostalgia per una Russia magica che non esiste più.

The day of the Annunciation, 1922 – Konstantin Yuon Tretyakov Gallery, Moscow, Russia

Per un breve periodo tuttavia, dopo la presa di potere da parte dei bolscevichi, artisti, compositori e scrittori furono presi da un vero e proprio furore creativo. Che se c’era una cosa che gli intellettuali condividevano con i rivoluzionari era la convinzione che l’arte potesse servire uno scopo ben più altro che quello di semplice decorazione. L’arte, pensavanno loro, poteva aiutare a ricostruire una nazione, a  rifarla da zero partendo dai posters per arrivare alle uniformi dei lavoratori e alle tazze per il tè. Era un mondo in continuo movimento quello dell’Europa del primo Novecento. Un mondo dove le idee si diffondevano in fretta e Picasso aveva appena finito di inventare il Cubismo che Malevich già lo adatta alla realtà di Mosca. Ma con l’avvento di Stalin intellettuali e artisti come Chagall,  Kandinskij, Tatlin e Shostakovich, da patrioti qual’erano, diventarono sovversivi e agli occhi di un governo paranoico e furono costretti a fuggire per non essere uccisi – il loro sogno del Comunismo trasformatosi in incubo.

2017 ©Paola Cacciari

Revolution: Russian Art 1917–1932 (dall’11 Febbraio al 17 Aprile 2017)

Royal Academy of ArtsImagine Moscow (dal 15 Marzo al 4 Giugno 2017)

Design MuseumRussian Revolution: Hope, Tragedy, Myths (dal 28 Aprile al 29 Agosto 2017)

British LibraryRed Star Over Russia: A revolution in visual culture 1905–55 (dall’8 Novembre al  18 Febbraio 2018) Tate Modern

Robert Rauschenberg @ Tate Modern

Devo ammettere che nella lista delle mie priorità artistiche, una visita alla grande retrospettiva che Tate Modern ha dedicato a Robert Rauschenberg (1925-2008) non era decisamente al primo posto e l’ho rimandata per mesi. Tanto che solo guardando il calendario mi sono resa conto che se non mi spicciavo, l’avrei con tutta probabilità persa. E sono contenta di non averlo fatto, che mi sono (mio malgrado) divertita.

Ma è difficile non rimanere colpiti dall’infantile gioia e dal divertimento che l’artista americano deve aver provato nel creare, montare, dipingere, assemblare le sue opere e nello sperimentare con materiali così diversi e insoliti (inclusi una capra imbalsamata, uh!) e dalle collaborazioni con artisti da lui così diversi come Jasper Johns, Cy Twombly o con il musicista John Cage.

Robert Rauschenberg, 'Monogram', 1955–59. Courtesy Moderna Museet, Stockholm
Robert Rauschenberg, ‘Monogram’, 1955–59. Courtesy Moderna Museet, Stockholm

Una delle figure chiave nella rottura con l’Espressionismo Astratto, che aveva dominato l’arte americana tra la fine degli anni Quaranta e primi anni Cinquanta all’avanguardia, Rauschenberg è indubbiamente uno dei grandi guru dell’arte del XX secolo e basta guardare le sue installazioni per capire non solo da dove è uscita la Pop Art (di cui con Jasper Jones fu uno dei pionieri), ma anche a chi i vari Damien Hirst, Tracey Emin e molti degli YBA degli anni Novanta si sono ispirati per la loro rivoluzione artistica.

Pittura e scultura (spesso usate insieme) fotografia, tessuti, serigrafia, stampa: la sua sete di sperimentazione non ha confini cosicome la sua immaginazione. E tra il caleidoscopio di cose a cui ha rivolto la sua attenzione nel corso degli  anni Cinquanta non potevano mancare la performance art e la danza come arte e Rauschenberg progetta set teatrali, colonne sonore, luci e costumi anche per la Merce Cunningham Dance Company. Disegna di tutto, dalle copertine di dischi (come quella per il suo amico David Byrne dei Talking Heads) a quelle di settimanali di politica come il Time. Peccato solo che la sua migliore immagine – quella che vede Bobby Kennedy, l’esplorazione spaziale, la guerra in Vietnam, gli scontri razziali, Martin Luther King e Janis Joplin gli fu rifiutata perché troppo cupa  e inquietante.

Robert Rauschenberg Signs (1970). Photograph: © Robert Rauschenberg Foundation, New York
Robert Rauschenberg, Signs (1970). Photograph: © Robert Rauschenberg Foundation, New York

Ma come dargli torto? Alla fine degli anni Sessanta il bilancio non era poi così positivo: Kennedy e Martin Luther King erano stati assassinati, la guerra del Vietnam sembrava non finire mai e il Paese era diviso da lotte razziali. Rauschenberg era stanco sia della tecnologia che di New York. Stanco e anche un po’ disilluso. E allora si ritira a Captiva Island, un’isola in Florida poco lontano dalle coste del Golfo del Messico, dove si rimette a lavorare con rinnovata energia. Ma mentre New York abbondava di materiale di scarto che lui poteva riutilizzare nelle sue opere, la cosa non si poteva dire di Captiva. E allora si mette a creare pseudo-sculture fatte con scatole di cartone che giocano sulla ripetizione, volume e colore, come Nabisco Shredded Wheat (Cardboard) (1971).

Robert Rauschenberg, Nabisco Shredded Wheat (Cardboard), 1971 image courtesy of Gagosian Gallery.
Robert Rauschenberg, Nabisco Shredded Wheat (Cardboard), 1971 image courtesy of Gagosian Gallery.

Che piaccia o no, questo non è il punto. Il punto è che nel mondo di Rauschenberg tutto è potenzialmente un’opera d’arte. Una scatola di cartone, un pneumatico, una lampadina – tutte queste cose stanno in bilico sul precipizio che li può trasformare (o meno) in un opera d’arte. Basta un attimo, una spintarella e il gioco è fatto. E se l’idea non è nuova che Duchamp c’era già arrivato molti anni prima, è ugualmente esaltante.

Ma come dargli torto? Alla fine degli anni Sessanta il bilancio non era poi così positivo: Kennedy e Martin Luther King erano stati assassinati, la guerra del Vietnam sembrava non finire mai e il Paese era diviso da lotte razziali. Rauschenberg era stanco sia della tecnologia che di New York. Stanco e anche un po’ disilluso. E allora si ritira a Captiva Island, un’isola in Florida poco lontano dalle coste del Golfo del Messico, dove si rimette a lavorare con rinnovata energia. Ma mentre New York abbondava di materiale di scarto che lui poteva riutilizzare nelle sue opere, la cosa non si poteva dire di Captiva. E allora si mette a creare pseudo-sculture fatte con scatole di cartone che giocano sulla ripetizione, volume e colore.
Perché nel mondo di Rauschenberg tutto è potenzialmente un’opera d’arte. Una scatola di cartone, un pneumatico, una lampadina – tutte queste cose stanno in bilico sul precipizio che li può trasformare (o meno) in un opera d’arte. Basta un attimo, una spintarella e il gioco è fatto.

 

Londra//fino al 2 Aprile 2017

Robert Rauschenberg

Tate Modern

tate.org.uk

La City of London come non l’avevate mai vista: le foto di Martin Parr alla Guildhall Art Gallery

Per gli ammiratori del fotoreporter inglese Martin Parr questo è un davvero un buon momento. Non solo lo troviamo in veste di curatore di Strange and Familiar alla Barbican Art Gallery e in veste di artista con una selezione delle sue foto esposte nella mostra di Tate Modern Performing for the Camera, ma anche come curatore e artista della sua mostra alla Guildhall Art Gallery nella City of London, dove ricopre il ruolo di fotografo in residenza dal 2013.

Adoro Martin Parr da quando, nel 2014, ho visto il suo lavoro in mostra al Media Centre dello Science Museum di Londra in una mostra bellissima curata dallo stesso Parr, dal titolo Only in EnglandCome il grande Tony-Ray Jones prima di lui, anche Martin Parr ha un’incredibile capacita di cogliere il lato buffo e umoristico delle cose, soprattutto quando queste riguardano la vita dei suoi compatrioti.

Trinity Hospital Greenwich, annual visitation to the sheltered accommodation provided by the Mercers’ Company, London, 2015Photograph Martin ParrMagnum Photos
Trinity Hospital Greenwich, annual visitation to the sheltered accommodation provided by the Mercers’ Company, London, 2015Photograph Martin ParrMagnum Photos

Unseen City: Photos by Martin Parr raccoglie un centinaio di immagini dello Square Mile e delle sue secolari tradizioni, dal censimento dei cigni, lo Swan Upping, che risale al XII secolo, alla parata del sindaco della City, il Lord Mayor’s Show, che si tiene sin dal 1535. Che forse non tutti sanno che lo Square Mile, il miglio quadrato che contiene la City ha il suo sindaco. Il nuovo Lord Mayor viene investito ogni anno con una parata pubblica, a significare che questo ruolo è fra gli incarichi più importanti d’Inghilterra; ma mentre il Lord sindaco di Londra ha un ruolo amministrativo nello Square Mile, il Mayor of London (Boris Johnson, almeno ancora per il momento) è a capo della Greater London Authority.

Lord Mayor’s Show, Guildhall, City of London, 2014 Photograph Martin ParrMagnum Photos
Lord Mayor’s Show, Guildhall, City of London, 2014 Photograph Martin ParrMagnum Photos

All’occhio di un forestiero (come la sottoscritta) le foto sono una divertente e colorata testimonianza dell’eccentricità inglese e dell’amore questo popolo per le tradizioni. O più semplicemete, come dice la mia dolce metà che inglese lo è, “vestirsi in modo ridicolo e sfilare per la strada.” E se guardiamo la foto di una processione di personaggi in livrea rossa con moschetti seicenteschi sulle spalle che sfilano in modo ordinato davanti ad uno dei tanti negozi di sandwich Pret-a-Manger sotto gli occhi allucinati e divertiti di turisti e avventori non posso che dargli ragione. Ma davvero le parate storiche sono tra le cose che gli inglesi fanno meglio. E allora lasciamoli fare… 🙂

Musketeers at the Poulters’ procession on Ash Wednesday // Martin Parr // 2014
Musketeers at the Poulters’ procession on Ash Wednesday by Martin Parr, 2014. Photo by Paola Cacciari

2016 © Paola Cacciari

Londra//Fino al 31 Luglio 2016.

Guildhall Art Gallery

cityoflondon.gov.uk

Il giro del mondo con la Pop Art

Quando penso alla Pop Art penso ai barattoli di zuppa Campbell di Andy Warhol, ai quadri-fumetto di Roy Liechtenstein, alle sculture giganti di Claes Oldenburg, ai collage Richard Hamilton. Ma se questi sono certamente i rappresentanti più famosi di questo colorato movimento artistico, non sono certamente gli unici, così come come l’America e l’Inghilterra non sono state le uniche nazioni in cui questo movimento è fiorito e si è sviluppato. Ci voleva la Tate per organizzare una mostra su quella parte della Pop Art che è sfuggita (anche se sarebbe stato meglio dire, omessa…) dai manuali di storia dell’arte.

Entri The World Goes Pop.

Certo, per molti la Pop Art resterà per sempre un fenomeno indissolubilmente legato agli Stati Uniti. Ma per la sottoscritta, la globalità di questo movimento così come la racconta questa mostra, è una vera e propria rivelazione. Chi l’avrebbe detto… Dal Perù al Vietnam, dalla Francia alla Romania, da Israele all’Argentina, la Pop Art affronta temi di propaganda e protesta e condanna in modo rumoroso ed efficace problemi globali come la guerra, il consumismo o la condizione femminile.

Non conosco praticamente nessuno degli artisti in mostra (alzi la mano chi conosce il polacco Jerzy Ryszard “Jurry” Zielinski – nessuno??), e questo é proprio il punto: allontanarsi dalla storia trita e ritrita che vede il movimento nascere a Londra negli anni Cinquanta grazie ad artisti come Richard Hamilton (un altro assente di rilievo dallo show della Tate), prima di esplodere a New York nei primi anni Sessanta. Ma se non ho mai sentito parlare di Zielinski, almeno ho sentito parlare dei nostri Mario Schifano e Sergio Lombardo (di cui ammetto però di non aver mai approfondito la conoscenza) che qui rappresentano il Bel Paese. E che come molti degli artisti di questa mostra, hanno adattato il linguaggio Pop ai propri fini politici.

 John F Kennedy and Nikita Krusciov (1962) by Sergio Lombardo. Photograph: Matt Dunham/AP
John F Kennedy and Nikita Krusciov (1962) by Sergio Lombardo. Photograph: Matt Dunham/AP

Ovunque ci si giri si trova rabbiosa insoddisfazione – che si tratti dell’imperialismo americano, della guerra del Vietnam, della bomba atomica, del capitalismo. Il nostra nuovo leader laburista Jeremy Corbyn sarebbe al settimo cielo. Ma seppure colorate e divertenti, la qualità di molte delle opere in mostra semplicemente non è un gran che, e questo da solo mi pare un motivo piú che valido per relegare molti degli artisti qui presenti, al dimenticatoio…

Equipo Realidad, Divine Proportion 1967 (Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, Madrid)
Equipo Realidad, Divine Proportion 1967 (Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, Madrid)

Ma ci sono eccezioni, come il caleidoscopico Doll Festival del giapponese Ushio Shinohara, dipinto nel 1966 e più colorato di una canzone dei Beatles (Lucy in the Sky with diamonds salata alla mente, che infatti fu scritta nel 1967…).

Ushio Shinohara, Doll Festival 1966 (Download high resolution image 2.02 MB) Doll Festival 1966 Fluorescent paint, oil, plastic board on plywood Hyogo Prefectural Museum of Art (Yamamura Collection) © Ushio and Noriko Shinohara
Ushio Shinohara, Doll Festival 1966 (Download high resolution image 2.02 MB)
Doll Festival 1966 Hyogo Prefectural Museum of Art (Yamamura Collection)
© Ushio and Noriko Shinohara

A parte la politica, l’altro, tema che ha forse più successo è il sesso – in particolare, il modo in cui le donne erano (sono, ahimè, ancora oggi) presentate nei media. Paradossalmente, in passato la Pop Art è stata occasionalmente criticata per essere sessista. Questo almeno fino a quando, di recente, è stato riscoperto il lavoro di un gruppo di artiste Pop Art completamente dimenticate dalla storia dell’arte. Guardandole adesso, certe opere che vogliono condannare la condizione della donna nella società dell’epoca sono davvero all’acqua di rose che con quello che si trova oggi in Internet una donna che mangia una banana non farebbe arrossire neppure un neonato, ma quarant’anni fa dovevano certamente apparire sovversive davvero e la mostra della Tate offre un esempio della loro arte. Basta guardare l’allegra ventata di femminismo dell’austriaca Kiki Kogelnik (1935-1997), di cui non avevo mai sentito parlare prima e che affronta temi femminili con umorismo e ironia, qualità pressoché sconosciute alla rabbiosa estetica femminista degli anni Sessanta e Settanta.

Friends, 1971, by Kiki Kogelnik is part of the World Goes Pop exhibition at Tate Modern. Photograph: Guy Bell/Rex Shutterstock
Friends, 1971, by Kiki Kogelnik is part of the World Goes Pop exhibition at Tate Modern. Photograph: Guy Bell/Rex Shutterstock

Per i puristi, questa mostra sarà certamente troppo. Innanzi tutto troppo vasta, con le sue 160 opere; e cronologicamente e geograficamente troppo estesa, in quanto allarga la già elastica definizione della Pop Art al punto di rottura. Che, diciamocelo, se un po’ di revisionismo non è sempre una brutta cosa, omettere i padri fondatori del movimento è un vero e proprio sacrilegio, che senza Warhol & C. non sarebbe esistito quel linguaggio visivo che questi artisti di periferia hanno adottato cosi velocemente e con tanto entusiasmo (ma senza possederlo mai fino in fondo) per dire cose che altrimenti non sarebbero state notate.

Nel complesso, però, questa colorata mostra regala in tutto il suo splendore al neon, una divertente e istruttiva istantanea dello stato della controcultura mondiale degli anni Sessanta e Settanta. È una storia vecchia raccontata in modo diverso. E già di per sé questo merita rispetto…

2016 © Paola Cacciari

Londra// fino al 24 Gennaio 2016.

The World Goes Pop

Tate Modern

La vita è uno scivolo… E Carsten Höller lo sa.

L’artista concettuale belga che nel 2006 ha portato un gigantesco scivolo di 15m nella Turbine Hall di Tate Modern (che ha certamente causato non pochi lividi tra i più spericolati elementi del pubblico…), torna a Londra. E  con lui il suo diabolico scivolo, che fa bella mostra di se’ fuori dalla Hayward Gally a Southbank.

Carsten Höller richiede al suo pubblico di usare parecchio le mani. Che si tratti di trovare la strada a tentoni al buio di un corridoio, di aggrapparsi alle maniglie di una macchina volante (giuro, anche se io non sono abbastanza avventurosa per provarla…) o di entrare in un dado gigante. Ma nonostante ne richieda cosi tanto l’uso, le mani non sono la cosa più importante di questa mostra, ma le decisioni che si prendono. Da cui il titolo Carsten Holler: Decision.

One of Carsten Holler’s Two Flying Machines, 2015: ‘marginally cheaper than a bungee jump’. Photograph: Ela Bialkowska
Flying Machines, 2015. Photograph: Ela Bialkowska

Perché a seconda della decisione che si prende – che si scelga un’entrata anziché un’altra, che si decida di usare lo scivolo all’uscita della galleria oppure no o di fare un giro sulla macchina volante, noi del pubblico si avrà un’esperienza del tutto diversa della mostra. Ed è questo il punto che Holler vuole sottolineare: il prendere il considerazione soluzioni alternative a quelle a cui siamo abituati. Per liberarci almeno per un po’ del pilota automatic che cosi spesso finisce con il dominare le nostre vite. È un esercizio di mindfulness se vogliano, la disciplina che insegna a vivere nel presente (anche se Seneca c’era gia arrivato nel I secolo DC, basta leggere il De Breviate Vita…).

Mandatory Credit: Photo by Guy Bell/REX Shutterstock (4805692e) Carsten Holler's helter-skelter (Isomeric) slides come back to London - at South Bank's Hayward Gallery. Carsten Holler slides, Hayward Gallery, London, Britain - 30 May 2015 The modern artist is probably most famous in London for his installation at the Tate Modern, in which children and grown ups alike could slide down a 56-metre long helter-skelter back in 2007. this time they run from the gallery's glass pyramid ceiling to the entrance several floors below. They are part of Decision, the interactive exhibition which will run from June 10 to September 6 and will include - two robotic beds that will mirror each other's movements as they roam the gallery; and an installation called Flying Machines, which will be installed in the gallery's outdoor terrace opposite Waterloo Bridge, giving visitors "the sensation of soaring above city traffic".
Carsten Holler’s helter-skelter (Isomeric) at South Bank’s Hayward Gallery.

Eppoi diciamocelo, non sarebbe divertente uno volta ogni tanto uscire dal lavoro usando uno scivolo?? 😉

 

Londra // fino al 6 Settembre 2015.

Hayward Gallery

southbankcentre.co.uk