La vita in Gran Bretagna? E’ un test: specie se volete la cittadinanza

Posso descrivere i miei primi vent’anni a Londra come una parabola ascendente che ha inizio il giorno in cui sono atterrata all’aereoporto di Heathrow colma di filiali sensi di colpa per aver preferito il Fish & Chips e le nuvole al sole del Bel Paese e alle lasagne della nonna, ma elettrizzata al prospetto della nuova avventura che mi aspettava.

Nulla mi aveva preparato allo shock culturale che mi aspettava in Terra Angla. La mia ignoranza del Paese, dalla lingua agli usi e costumi della gente, era a dir poco spettacolare. A quanto pare la visione compulsiva di La Banda dei Cinque, Black Beauty e Attenti a Quei Due a cui mi ero sottoposta da piccola (e a cui avevo sottoposto i miei genitori) non mi aveva insegnato niente di utile. Certamente non mi avevano insegnato a difendermi dai terribili phrasal verbs pronunciati tra i denti dalla cassiera del mio supermercato di Camberwell.  Ma Londra e l’inglese mi piacevano troppo per farmi dissuadere da qualche verbo ostinato, al punto che mi sono sempre sentita a casa sotto la bandiera della Union Flag.

Non solo: ero una cittadina europea, e come tale certa che niente e nessuno avrebbero interferito con la mia legittima posizione nella società britannica. Almeno prima che il referendum del Giugno 2016 e l’avvento dell’era della Brexit venissero a spogliarmi dell’arrogante sicurezza che la bandiera azzurra con le stelle e le tasse pagate per anni al governo di sua maestà fossero una garanzia sufficiente a garantirmi una vita tranquilla. Sbagliavo.

Così ho deciso di diventare cittadina britannica. L’ironia è che ho deciso di farlo proprio nel momento in cui la mia patria adottiva mi piace meno. Come racconta Bill Bryson nel suo Piccola Grande Isola, il seguito di un’altro mio grande favorito Notizie da un’isoletta, l’unico modo per diventare cittadini britannici se non si è nati sull’isola di Shakespeare o se non si hanno parenti (o almeno un quarto di parente) di origine britannica, è riempire una serie di moduli e giurare fedeltà alla Regina. E visto che i miei genitori erano entrambi bolognesi, e non sono arrivata nella terra del fish and chips portata dalla cicogna, ma bensì da un volo di linea della British Airways, per forza di cose ho dovuto seguire la seconda opzione. Che consiste, oltre a dimostrare una conoscenza approfondita della lingua (cosa utile quando si pensa di vivere in pianta più o meno stabile in un paese straniero…), nel superare un esame chiamato Life in The UK. E se chi viene da un paese di lingua inglese (come Bill Bryson che è americano) è esonerato dal test di lingua, nessuno, proprio nessuno (neppure Bryson stesso), è escluso dal sostenere l’esame. Così ho comprato Life in the United Kingdom: A guide for new residents e mi sono messa a studiare.

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Non importa quanto bene un aspirante britannico pensi di conoscere la geografia, la storia e la letteratura del proprio adottivo. O a quante overdosi di Tribuna Politica ci si sottoponga per cercare di capire cosa accadrà alla nazione dopo la Brexit, ammesso che questa accada. Ciò che non si sa sono proprio le cose necessarie per superare il test. Come chi ha corso il miglio in meno di un minuto (Sir Roger Bannister nel 1919 se lo volete sapere), cosa significa l’espressione bowled a googly (necessaria nel caso decidiate di capire le regole del Cricket, cosa a cui io ho rinunciato dopo cinque minuti), come si chiama l’edificio in cui si riunisce l’Assemblea dell’Irlanda del Nord (Stormont, memorizzatelo qualora decideste di partecipare ad un quiz al pub), di cosa si compone l’Ulster Fry, la variante nord-irlandese della colazione all’inglese (per la cronaca, contiene soda bread, il nostro pane di soda, invece del toast tradizionale).

Come Bill Bryson, anch’io inizialmente avevo pensato di prendere qualche scorciatoia, convinta di conoscere il Paese in cui vivevo da quasi vent’anni piuttosto bene, e mi sono messa a fare i test di prova online prima di aprire il libro. Solo per ritornarci immediatamente, con la coda tra le gambe, la secchiona che è in me mortalmente umiliata dai terribili risultati ottenuti e determinata a memorizzare cose che sfido qualunque britannico a sapere, come quanti deputati ha l’Assemblea del Galles.

Avrei superato il test a pieni voti, ci fossero stati pieni voti alla fine del test. Ma non c’erano: solo un insoddisfacente pass/fail stampato su un foglio di carta con la data dell’esame da allegare alla domanda di cittadinanza insieme ai documenti necessari. Capita. E poi una piccola cerimonia con cui ufficializzare a suon di inno nazionale e giuramento a Sua Maestà la Regina Elisabetta II, la mia entrata nella grande famiglia britannica. Mi sono quasi commossa.

Pubblicato su la Repubblica.it

Paola Cacciari © Riproduzione riservata

Addio a Luke Perry il Dylan di ‘Beverly Hills 90210’

E anche lui è andato. Luke Perry, dico, il Dylan McKay di Beverly Hills 90210. E con lui se ne va anche un pezzo della mia adolescenza, o almeno della sua parte finale, che all’epoca ero già all’università.
Ma chi come me era ancora in quella fase di passaggio tra il mondo degli adulti e quello più spensierato dei teenagers, ricorderà quella serie televisiva americana, trasmessa in Italia alla fine degli anni Novanta da Italia 1 e ambientata sotto il sole di Beverly Hills.

Il soggetto era originale che per la prima volta infatti una serie televisiva mirava a raccontare gli adolescenti per quello che erano e sono tutt’oggi, ragazzi che stanno imparando ad essere adulti, e affrontava senza pregiudizi temi delicati come droga, AIDS, sessualità e alcolismo – temi fino ad allora praticamente tabù in televisone. La serie seguiva le vicissitudini di un gruppo di adolescenti dell’alta borghesia, che abitavano nell’elegante quartiere di Beverly Hills, a Los Angeles.

Il suo personaggio, Dylan McKay, il tipico bad boy ispirato a James Dean, è il rampollo di una famiglia miliardaria, che ha problemi con l’alcol e con la famiglia stessa e un atteggiamento da duro dietro al quale si nasconde un’anima fragile e gentile. Il classico bel tenebroso che ama la poesia, la musica, i film d’epoca, ed è particolarmente sensibile al fascino femminile. Insomma il perfetto stereotico dell’irresistibile rubacuori…

Naturalmente anch’io ero infatuata di lui, anche se più che di Luke Perry uomo (che pure non era male) a me piaceva il personaggio che interpretava. Dylan infatti era il tipico ragazzaccio, bello e dannato che, incapace di salvarsi da solo, aspetta solo che l’amore di una brava ragazza lo redimesse… Ah…….. (qui ci sta un sospiro sognante): insomma il classico irrecuperabile- recuperabile che faceva (fa?) impazzire le ragazze come me affette dalla sindrome dell’infermierina salvatrice (tengo a dire che a me nel frattempo e’ passato…).

Perry ha passato un decennio ad interpretare quel ruolo, sollevando un sopracciglio e corrugando la fronte per le buffonate di Steve, Brandon e gli altri del gruppo. Ma poi la vita va avanti, noi siamo cresciuti (o almeno ci abbiamo provato) e Luke Perry è diventato un altro mestierante di Hollywood, che oscillava tra pellicole di successo e film di serie B come Vacanze di Natale ’95, con Massimo Boldi e Christian De Sica.R.I.P Luke: pero che la tua vita sia stata meno melodrammatica e turbolenta di quella di Dylan (a dire il vero spero che la vita di tutti sia meno melodrammatica e problematica di quella di Dylan …)

 

Taste: the history of Britain through its cooking di Kate Colquhoun

Poche cose riflettono la cultura di una società come il cibo e il modo in cui lo si prepara. Noi italiani siamo giustamente orgogliosi della nostra tradizione culinaria, ragion per cui quando due decadi fa ho annunciato il mio trasferimento nella terra del Fish and Chips, la prima cosa che amici e parenti si sono precipitati a fare è stata seppellirmi di cibarie da portare oltremanica – dal caffè all’olio d’oliva come se invece che per Londra fossi partita alla volta di un’isola deserta.
E se sul fatto che la Gran Bretagna sia un’isola non ci piove, bisogna dire che la gastronomia inglese – da sempre oggetto di scherno da parte di noi del continente, ha fatto passi da gigante, tanto è vero che il celebre e celeberrimo TV show di cucina MasterChef è nato in Inghilterra negli anni Novanta. Ma questa è un’altra storia…
La storia in questione è quella racconatta dalla storica irlandese Kate Colquhoun Taste: the history of Britain through its cooking. Attraverso gli alti e bassi della storia della Gran Bretagna, Kate Colquhoun celebra ogni aspetto della cultura e della cucina di una nazione troppo spesso accusata di non avere affatto una cucina tradizionale. Dall’Età del Ferro alla Rivoluzione Industriale, dai romani alla Reggenza, passando attraverso i banchetti Anglosassoni  e dei Tudor e ai dickensiani dinner-party per arrivare all’invenzione dei surgelati e del microonde, Taste racconta una storia ricca e diversa e soprattutto illuminante. Per finira una buona volta con i pregiudizi di chi dice che non esiste una cucina inglese! Forse… 😉
Taste: The Story of Britain Through Its Cooking (Paperback)

Delitto e Castigo di Fyodor Dostoevsky

C’è stato un momento nella mia vita in cui ho pensato che non sarei mai riuscita a leggere Dostoevsky. Non che non ci avessi provato, anni fa (neppure troppi anni fa…), ma la miseria del mondo abitato da Raskolnikov mi faceva sentire così triste e depressa che mi sono arresa dopo tre capitoli. Poi sono stata a San Pietroburgo e tutto è cambiato. Mi sono innamorata della città, totalmente, senza riserve. E ho deciso di riprovarci, a rileggere Delitto e Castigo dico.

L’ho letto quasi tutto d’un fiato, come ho fatto con Guerra e Pace. Che c’è un motivo perché questi libri sono cosiderati classici: perché, nonostante il tempo, non smettono mai di parlarci. Era tempo che un libro non mi faceva riflettere così profondamente sul cosa significhi essere un essere umano, e sul come le nostre scelte abbiano un’influenza indelebile sulla nostra vita.

E mentre leggevo, assaporando quella prosa brillante (OK, l’ho letto in traduzione, ma era una buona traduzione) e non cessavo di stupirmi dell’altrettanto brillante comprensione che Dostoevsky ha della natura umana. La trama è incredibilmente semplice: Rodion Romanovich Raskolnikov, un povero ex-studente all’università di San Pietroburgo, formula un piano per uccidere una vecchia usuaraia senza scrupoli per derubarla. Raskolnikov crede che con i soldi possa liberarsi dalla povertà e continuare a compiere grandi imprese; ma confusione, esitazione e lo zampino del caso fanno cadere la sua convinzione di riuscire a compiere un omicidio moralmente giustificabile. Delitto e Castigo non è altro che uno studio approfondito di un uomo che commette un omicidio e del come viene “punito” per questo, principalmente dalla sua coscienza.

Dostoevsky è un narratore sublime. Non solo è in grado di creare personaggi complessi, ma è in grado di portare il lettore profondamente dentro la mente di un personaggio. Tanto che di tanto in tanto mi veniva da chiudere il libro per mettermi a pensare. Sara’ il paesaggio, la particolarità della loro terra o della loro cultura, la loro non appartenenza né all’Oriente né all’Occidente, ma i romanzieri russi sono insuperabili nel riuscire a combinare di storia, filosofia e alta alta letteratura in un unico tomo.

Lo sceneggiato televisivo della BBC2 del 2002 con John Simm nei panni dell’inquieto Raskolnikov e girata interamente a San Pietroburgo cattura lo spirito del romanzo.

2018 © Paola Cacciari

Siberia: terra di santi di guaritori e di sette segrete

Tutti hanno sentito parlare di Rasputin (se non altro nella versione musicale nella canzone di Boney M…) ma la Siberia offre ben altro. Qualche giorno fa alla BBC2 ho visto un documentario (ah, i documentari della BBC!!) dal titolo “Russia with Simon Reeve” dove il suddetto giornalista intervistava colui che ritiene di essere la reincarnazione di Gesù Cristo. Non potevo non ribloggare questo interessantissimo articolo di Bhutadarma… 🙂 Buona Lettura!

Russia with Simon Reeve

Bhutadarma

Con i suoi undici milioni di chilometri quadrati la Siberia è uno dei territori più vasti e remoti del pianeta. Per generazioni i russi lo hanno utilizzato come luogo di raccolta per tutti i generi di esuli religiosi e prigionieri. La prima cosa che bisogna pensare a proposito della Siberia, è l’idea di uno spazio vasto e desolato in cui vive pochissima gente. I russi lo hanno sempre visto come uno spazio vuoto che si trovava lì per essere colmato, ma purtroppo non ci riuscirono mai in quanto era troppo vasto! Non c’erano strade adatte per viaggiare per il paese; e questo ha contribuito al senso di isolamento che la comunità russa provava in questo ambiente freddo e ostile.

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La cultura nel XXI secolo

Ultimamente quando entro in un museo londinese mi sembra di entrare in un centro commerciale, più che in un tempio della cultura. Ci sono persone che mi danno il benvenuto appena varco la soglia dell’edificio, che mi chiedono come sto, se possono aiutarmi, se voglio una mappa, una tazza di tè, un biglietto per una mostra, che mi indicano la direzione del negozio o che mi invitano a contribuire al mantenimento dell’istituzione con una donazione. Sembra di essere assaliti da un esercito di cavallette. Mi faccio strada meglio che posso tra la foresta di “ambasciatori” che mi accolgono e mi danno il benvenuto, e mi allontano accompagnata da un trillante augurio di ricordarmi recensire l’attrazione turistica su Trip Advisor. Attrazione turistica???? A questo siamo arrivati: a fare dei musei attrazioni turistiche. In tutto questo, nessuno mi chiede se sono qui per visitare la collezione.

Capisco il problema. Il Governo Conservatore degli ultimi anni ha costretto musei e pinacoteche britanniche a trasformarsi in business per fare fronte a tagli nel settore (i tagli non ci sono solo in Italia). E le conseguenze per le istituzioni sono state devastanti.

La pressione esercitata dal Governo sulle istituzioni culturali per allargare l’audience e attirare famiglie, minoranze etniche e classi sociali svantaggiate si è tradotta in un’esplosione di mostre che si possono a loro volta facilmente tradurre in progetti per la scuola, piuttosto che concentrarsi in aspetti poco noti delle loro collezioni. La nostra ė’ l’era delle mostre blockbuster, ossia commerciali, che portano gente e di conseguenza denaro. E se le mostre sono sempre più spesso dedicate a cantanti e gruppi musicali (Kyle Minogue, David Bowie, Rolling Stones, Pink Floyd, Abba, Michael Jackson) o di qualità discutibile (come la mostra-pacco sugli impressionistri a Londra di Tate Britain), non importa. La gente viene e compra la T-shirt o il catalogo; le scuole accorrono in massa. Missione compiuta. A caval donato non si guarda in bocca.

E se da un lato comprendo il fatto che in un  periodo di recessione economica queste istituzioni devono trovare altrove i fondi per continuare a sopravvivere e mantenere l’ingresso libero (almeno sulla carta), dall’altro quello che sta accadendo alla cultura mi sembra una forma di prostituzione legittimata. Tanto è la pressione finanziaria che, nel panico di attirare gente promuovendo mostre a pagamento, eventi, conferenze, serate a tema etc etc etc, i musei britannici stanno perdendo credibilità o, ancora peggio, stiano perdendo la fiducia  nella capacità delle loro collezioni di attirare visitatori.

I titoli delle mostre sono cambiati, nomi altisonanti che semplificano e volgarizzano senza spiegare. Ricordo una mostra al British Museum su artefatti dello Yemen venduta al pubblico come “I tesori della regina di Saba”. Dubito che molti sapessero chi fosse la regina di Saba, ma l’esotismo intrinseco del nome da solo era molto più intrigante di qualcosa più accurato ma noioso come “I tesori dello Yemen.” Appunto.

Ma questo accade anche con i libri. Un saggio dello storico Paul Strathern sulla famiglia Medici è uscito in libreria con il titolo The Medici: Godfathers of the Renaissance. Come se paragonare Cosimo I a don Corleone sia sufficiente a staccare un pubblico dal cervello sempre più asfittico da computer e smartphones e introdurli alle gioie della storia. Inutile dire che non ho letto il libro pur apprezzando lo scrittore. Mi è sembrato un colpo troppo basso.

Persino la BBC pur mantendendo una parvenza di programmi di alta qualità (non si sa ancora per quanto, visto l’andazzo) un’orchestra e i Proms, ha dovuto arrendersi a orribili programmi modello Grande Fratello, quiz e soap opera. Documentari intellettualmente faticosi sono stati sostituiti da talk-show, chat-show e inoffensivi programmi di intrattenimento. Non si salva neppure la radio: qualche giorno fa ho sentito un presentatore di Classic FM chiamare Beethoven ‘il caro vecchio Ludwig’….

E se non c’è nulla di mal nello sdrammatizzare la cultura, questa caduta libera verso il cretinismo mi preoccupa. Invece di sollecitare dal pubblico uno sforzo mentale, le istituzioni culturali semplificano il linguaggio. E se in un passato dove l’educazione era un privilegio di pochi questo poteva essere encomiabile, oggi è un’azione ingiustificabile. La generazione WhatsApp, Snapchat o Messenger è pigra e impaziente. Presto finiremo con l’avere le didascalie nei musei che devono stare entro i 280 caratteri come in Twitter… :/

2018 © Paola Cacciari

Back in time: Modern Talking – You’re My Heart, You’re My Soul

Alzi la mano chi si ricorda dei Modern Talking il duo tedesco composto da Dieter Bohlen e Thomas Anders. Non molti? Suvvia, almeno voi ex adolescenti degli anni Ottanta non fingete, che questo You’re My Heart, You’re My Soul e’ stato il tormentone dell’estate 1984! 🙂 I capelli alle Charlie’s Angels poi sono notevoli! 🙂

Generation (Se)X and the city

Quando hai superato i trent’anni, sei in una realazione stabile, hai una casa (seppure non tua), un lavoro e il tuo compagno vuole mettere su famiglia e tu come donna hai solo voglia di metterti ad urlare, capisci che c’è qualcosa che non va. E se per alcune nella mia situazione (mica sono la sola, Elizabeth Gilbert ci ha pure scritto sopra un libro, Mangia Prega Ama), forse la cosa più normale per comprendere questo dilemma sarebbe stato consultare uno psicologo come il mio (ora ex) compagno mi aveva suggerito di fare a a suo tempo (come se il fatto di essere donna fosse sufficiente a dotarti di istinto materno e desiderio di riprodursi alla nascita) io consultavo Carrie Bradshaw. In quello strano periodo della mia vita, la bionda eroina di Sex and the City e le sue amiche, Charlotte, Miranda e Samantha erano il mio oracolo. Che in fatto di relazioni complicate e dilemmi esistenziali  nulla batteva il mitico quartetto di Manhattan.

Sono passati vent’anni da quel Giugno 1998 quando Carrie e la sua svolazzante gonna a tutù bianca sono entrate nella mia vita (e in quella di molte altre persone, anche solo di riflesso e forzatamente come sostiene la “mia dolce metà”) e mi pare appropriato soffermarmi un attimo sul quanto quella serie televisiva sia stata importante per una generazione di donne che si sono come me trovate ad attraversare la vita negli anni Novanta.

Certo, il cosidetto Girl Talk, la chiacchierata tra amiche davanti ad un caffè o una birretta fresca c’è sempre stato. Ma questo era e rimaneva: una stanza segreta in cui gli uomini non eravano. E questo era vero soprattutto in TV, dove non era mai accaduto che si parlasse senza filtri di uomini e sesso in modo così libero e naturale.

Con Sex and the City era la prima volta che quattro donne apparivano in una serie TV non (o ameno non solo) in qualità di mogli, figlie, amanti o svampite del maschio di turno, ma come personaggi a tutto tondo. Quelli di Carrie, Miranda, Charlotte e Samantha sono personaggi ironici, dinamici, divertenti e senza paura. Parliamone.

Libere e indipendenti, queste quattro donne si prendono la licenza non solo di parlare (in TV e in prima serata) apertamente di sesso, ma di trattarlo come per generazioni hanno fatto gli uomini, senza per questo essere giudicate secondo i canoni della doppia morale. Per la prima volta anche alle donne era data ufficialmente la licenza di esplorare la vita a proprio piacimento e la libertà di trovare la propria strada senza paura di essere giudicate.

Ma la cosa che più mi piaceva di Carrie & C. era che, nonostante la bellezza, il denaro (o la sua mancaza) le belle case, i pranzi in ristoranti trendy, le quattro avevano gli stessi difetti e di problemi comuni a molte altre donne (meno le scarpe di Manolo Blahnik o gli abiti frimati, almeno nel mio caso). Era possibile identificarcisi. E per quell’epoca era un programma totalmente rivoluzionario (ricordiamo che siamo negli anni Novanta e che comunque ancora oggi per una donna volere fare la moglie del calciatore o la velina è ancora considerata una carriera accettabile 😒) che affrontava argomenti che solo negli ultimi anni sono diventati all’ordine del giorno nell’opinione pubblica, come la discriminazione e l’inegualianza di genere, stipendio e di trattamento al lavoro tra uomini e donne a certi livelli.

Eppoi, of course, la moda. Che lo show non ha solo lanciato nella stratosfera le quattro attrici principali, ma anche lanciato (o ri-lanciato) una serie di stilisti e case di moda. Per non parlare delle scarpe. Che certamente  in questi vent’anni il 90% degli uomini hanno scoperto (spesso a proprie spese) chi sono Manolo Blahnik Christian Louboutin. Quando il museo in cui lavoro ha allestito una mostra sulle scarpe intitolata shoes, il mio primo pensiero è stato che un titolo più opportuno sarebbe stato Il paradiso di Carrie Bradshaw. Inutile dire che mi sono goduta un mondo il lavorare in quella mostra… 😁

E poi ci sono i “cameos”, le apparizioni di personaggi famosi che hanno dato un po’ di pepe alla serie – dal rockettaro John Bon Jovi nel ruolo di un fotografo con cui Carrie ha avuto una relazione, alla ex Spice Girl Gery Halywell in quello di Phoebe, un amica di Samantha a Lucy Liu che interpreta se stessa nella quarta serie. E lui, Donald Trump, nel ruolo che meglio gli si confà, quello di arrogante e borioso marpione (in TV come nella vita) che occhieggia Samantha nella seconda serie. Come dicevo prima, una serie televisiva in cui ci si indentifica. #SexandtheCity20

2018 © Paola Cacciari

La briscola in cinque di Marco Malvaldi

L’Emilia non è lontana dalla Toscana, appena oltre gli Appennini. Si andava e tornava in giornata, per mangiare in trattoria vicino a Pistoia, ammirare il cuopolone del Brunelleschi dall’alto del Forte del Belvedere, passeggiare sulle rive dell’Arno a Pisa o sulle mura di cinta a Lucca. Da sempre amo la Toscana, l’accento toscano e l’ironia e lo scetticismo dei toscani. Per molti anni gli Amici miei del film di Monicelli erano un po’ i miei toscani ideali. Almeno fino a quando sono arrivati i vecchietti del Bar lume di Marco Malvaldi.

Siamo a Pineta, immaginario paese della costa attorno a Livorno diventato località balneare di moda. Tanto che la Pro Loco sta rivoltando l’architettura del paese contro la categoria dei vecchietti costruendo una palestra al posto del parco giochi per i nipoti, un disco-pub al posto della bocciofila, una serie di parcheggi per le moto al posto delle panchine e via discorrendo.

Fortuna che c’è ancora il Bar Lume, dove i pensionati possono ancora trovarsi per discutere, litigare, giocare a carte e soprattutto farsi gli affari degli altri. Il che accade in modo particolare quando da un cassonetto dell’immondizia emerge il cadavere di una ragazza giovanissima.

Aiutato da nonno Ampelio e dai suoi untrasettantenni compari, Pilade del Tacca, Gino Rimediotti e Aldo del Ristorante Boccaccio, il barista Massimo si improvvisa detective risolvendo brillantemente questo giallo in ‘toscanaccio.’ Assolutamente delizioso. 🙂

I settant’anni del Cavallino Rampante

“You’re not expecting to find Magnum PI in there, aren’t you?” mi chiede divertito la mia mia “dolce metà” mentre stiamo per varcare la soglia del Design Museum di High Street Kensington, pieno di adulti e bambini come la succursale di Hamleys (come tutti i musei di Londra in questi giorni d’altra prte). Lavorando noi stessi (io e la mia “dolce metà” dico…) in un museo, non avremmo mai rischiato la visita alla concorrenza l’ultimo fine settimana dell’anno, quando la Capitale straborda di turisti venuti a trascorrere il Capodanno e di indigeni in ferie impegnati a godersi le vacanze di Natale a tutti i costi. Ma sapendo bene la mia debolezza per il notorio telefilm degli anni Ottanta, dove un 35enne Tom Sellek dai folti baffoni impersonava lo squattrinato detective privato Thomas Magnum che, al servizio del celebre scrittore Robin Master, se ne andava in giro per le Hawaii a risolvere casi  indossando minuscoli shorts (che mostravano  le lunghe gambe muscolose…) alla guida di una Ferrari 308 GTS rossa. Inutile dire che ho seguito religiosamente le vicende di Magnum e della sua Ferrari per gli otto anni (1980-88) e i 163 episodi della durata della serie televisiva.

Che ogni volta che lo vedevo infilare quelle sue lunghe gambe muscolose nell’abitacolo e partire sgommando con un ruggito del motore, non potevo non sopprimere un mugolio di orgoglio patrio. E questo è il secondo motivo per cui adoro la Ferrari. Che quando si parla di Ferrari soprattutto quando si vive all’estero, si parla anche di orgoglio italiano, anzi regionale, anzi emiliano – soprattutto per qualcuno che come me è nato a 38 Km di distanza da Maranello. Non èl’Inno di Mameli, ma ci si avvicina.

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Design Museum. London © Paola Cacciari

Ma oltre a soddisfare l’orgoglio patrio con questa celebrazione dei settant’anni della casa di Maranello, Ferrari Under the Skin fa molto altro, offrendo agli amanti delle rosse di Maranello l’occasione di ficcanasare dietro le quinte della casa del Cavallino Rampante, dal suo debutto nel 1947 per arrivare ai modelli più recenti, come la nuova Ferrari Aperta del 2016. Inutile dire che i prestiti dal Museo Ferrari sono notevoli e vanno da disegni tecnici dell’archivio storico del Cavallino Rampante, a rari cimeli personali relativi alla vita di Enzo Ferrari. E poi motori originali e auto antiche e moderne, da corsa e da strada.

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La Ferrari Aperta -2016. Design Museum. London © Paola Cacciari

Ci sono modelli in argilla, costruiti per la galleria del vento, che dimostrano l’attenzione artistica oltre che tecnica che ha reso gli ingegneri del team Ferrari tra i più ambiti del mondo. In un filmato della sezione dedicata al Design and engineering, la Ferrari J50 prende forma sotto i nostri occhi, come una delicata scultura in argilla.

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Clay Model of the Ferrari J50, car released in 2016

Ma c’è molto altro oltre ad una serie di bellissime automobili. C’e’ la storia del Cavallino Rampante, per esempio. Un tempo simbolo del “Reggimento Piemonte Reale” fondato nel 1692 per volontà di Vittorio Amedeo II di Savoia e adottato da Francesco Baracca, uno tra i primi ufficiali di cavalleria del reggimento a entrare a far parte del “Battaglione aviatori” formato all‘inizio della prima guerra mondiale, Baracca prese a dipingere sulla fusoliera del suo aereo il cavallino rampante del reggimento – cavallino che finì per diventare il suo stemma personale. Questa iconica immagine, simbolo di coraggio e di velocità fu, nel 1923, affidata da Enrico e Paolina Baracca al vincitore della corsa sul “Circuito automobilistico del Savio” a Ravenna, per perpetuare la memoria del figlio Francesco caduto sul colle Montello (Treviso) durante la Grande Guerra. Il vincitore si chiamava Enzo Ferrari ed il resto è storia.

Enzo Anselmo Ferrari (1898-1988) non ha bisogno di presentazioni. Imprenditore, dirigente sportivo e pilota automobilistico italiano, nonche’ fondatore dell’omonima casa automobilistica, la cui sezione sportiva, la Scuderia Ferrari, conquistò in Formula 1, con lui ancora in vita, 9 campionati del mondo piloti e 8 campionati del mondo costruttori (grazie Wikipedia!)

Tra i cimeli in mostra ci sono anche i caschi di alcuni grandi piloti e un paio di tute da corsa racchuse in teche di vedtro. Una appartiene a Michael Schumacher, uno dei uno dei più grandi automobilisti sportivi di tutti i tempi rimasto gravemente ferito in un incidente sciistico nel dicembre 2013, mentre l’altra è appartenuta a Gilles Villeneuve, il pilota canadese morto in un terribile incidente sul circuito di Zolder, durante le prove di qualifica per il Gran Premio del Belgio 1982.

Lo ricordo come fosse ieri: io e il babbo davanti al televisore un pomeriggio di Maggio, impegnati a guardare le prove. Era il mio idolo Gilles Villeneuve. Era piccolo e agguerrito, un guerriero della pista e forse anche della vita – quello che avrei voluto essere io che invece ero solo una bambina di 11 anni che giocava a fare il maschiaccio. Poi all’improvviso quella terribile collisione e il corpo di Villeneuve, avvolto nella sua tuta bianca, sbalzato fuori dall’abitacolo per decine di metri come un fantoccio senza peso. La morte in diretta. Da allora non ho più guardato una corsa di Formula 1. Succede. #Ferrari70

Londra// fino al 15 Aprile 2018

Ferrari: Under the Skin @ The Design Museum

designmuseum.org

2017 ©Paola Cacciari