1983: Il mondo sull’orlo del precipizio

A tredici anni ero troppo preoccupata dalla scuola e dalla mia cotta di turno per realizzare in pieno quanto vicini siamo stati ad una guerra nucleare.
Che il 1983 è stato un anno davvero pericoloso, persino più pericoloso del 1962, l’anno della crisi dei missili cubani. Negli Stati Uniti, il presidente Ronald Reagan che non era esattamente il più democratico e sottile degli oratori, aveva aumentato enormemente le spese per la difesa e aveva descritto l’Unione Sovietica come un evil empire, un’impero del male e aveva annunciato il suo programma Star Wars – che non era il film di fanstascienza che mi face conoscere Harrison Ford, ma uno scudo spaziale che doveva difendere gli Stati Uniti dai missili in arrivo. Uh!

9780349143040A fare da contrapposto alla retorica guerrafondaia di Regan, dall’altra parte c’era Yuri Andropov, il leader sovietico, che paranoico com’era vide in tutto questo un segno di aggressione americana. Convinto che gli Stati Uniti volessero davvero attaccare l’Unione Sovietica, Andropov mise allerta il KGB che a sua volta sguinzagliò i suoi agenti per trovare i segnali di un imminente attacco nucleare.

Come spesso accade in questi casi, la fortuna (o in questo caso, la sfortuna…) ci mise lo zampino e, quando il volo KAL 007 della Korean Air Lines, che aveva sbagliato rotta deviando su un’area militare sovietica, fu abbattuto da un jet da combattimento sovietico, il presidente Reagan descrisse questo tragico incidente come un “atto terroristico” e “un crimine contro l’umanità”. La temperatura mondiale saliva rapidamente. Ed io mi preouccupavo del mio esame di matematica.

Questa è una storia straordinaria e in gran parte sconosciuta della Guerra Fredda, popolata da spie e agenti segreti che impegnati in pericolosi atti di doppio gioco, di missili, di straordinati fallimenti, incomprensioni e panico dei leader mondiali.
Grazie all’accesso a centinaia di nuovi, straordinari documenti appena resi pubblici negli Stati Uniti,  Taylor Downing ha per la prima volta potuto raccontare la storia avvincente, ma soprattutto vera, di come nel 1983, il mondo sia arrivato vicino all’orlo della guerra nucleare. Per chi legge in inglese.

Erika Fatland | La frontiera. Viaggio intorno alla Russia — Il giro del mondo attraverso i libri

Un confine è qualcosa di molto concreto e allo stesso tempo di estremamente astratto (…) Sul mappamondo i paesi sono ben distinti gli uni dagli altri, spesso con colori diversi, come le tessere di un puzzle. In realtà i territori sono naturalmente connessi (…); in natura non esistono confini, soltanto paesaggi che scivolano l’uno nell’altro. […]

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Shadows on the Tundra (I lituani al mar di Laptev. L’inferno di ghiaccio nei lager comunisti) di Dalia Grinkevičiūtė.

C’è solo una parola per descrivere questo libro: straordinario. Parlo di Shadows on the Tundra, tradotto in italiano come I lituani al mar di Laptev. L’inferno di ghiaccio nei lager comunisti (editore Pagine, 2009) della lituana Dalia Grinkevičiūtė. Mi ha lasciato davvero senza fiato.

Fatta eccezione per Primo Levi e Aleksandr Solženicyn, le testimonianze dei campi di concentramento nazisti e dei gulag sovietici sono praticamente inesistenti. Nel caso dell’URSS, la censura non cessò con la morte di Stalin e neppure con la fine dell’Unione Sovietica, ma continuò per molti anni a cercare di cancellare le testimonianze dei sopravvissuti. Non che molti di loro volessero parlare, sia chiaro. Per questo la testimonianza di Dalia è così preziosa.

Nel 1941, in seguito all’occupazione sovietica della Lituania, la quattordicenne Dalia Grinkevičiūtė (1927–1987) e la sua famiglia vengono deportati dalla loro nativa Lituania in un campo di lavoro in Siberia, a Trofimovsk (Трофимовский пгт) isola carceraria nel delta del fiume Lena posta oltre il circolo polare artico dove molti dei deportati morirono di freddo e fame. Separata dal padre (morto negli Urali) Dalia, si assume il compito di prendersi cura del resto della famiglia, la madre e il fratello, sottoponendosi a dodici ore al giorno di lavoro manuale. Sin dall’inizio, Dalia capisce che cedere alla debolezza del corpo è il primo stadio che porta alla morte, ed è pertanto determinata a rimanere in piedi e continuare a lavorare, anche quando la malattia, la denutrizione, il congelamento e la diarrea frequente sembrano una sfidare ogni umana possibilità.

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In un luogo come il gulag dove tutto è disegnato per spogliare i prigionieri della loro umanità, Dalia lotta per mantanere la sua dignità di essere umano. Una natura leopardiana, imponente e terribile allo stesso tempo – l’immensità risplendente della tundra con i suoi ghiacci, lo spettacolo dell’aurora boreale – non fa altro che esaltare con la sua terrificante bellezza, la nullità dell’esistenza umana. Ma come Francesca nel Canto V dell’Inferno dantesco che dice “Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria”, anche Dalia non può pensare alle prime note de La Traviata o ascoltare Il Lago dei Cigni senza mettersi a piangere, senza che la consapevolezza della sua adolescenza perduta per sempre la colpisse come un pugno in faccia.

Dalia Grinkevičiūtė
Dalia Grinkevičiūtė

Nel 1949, all’età di 21 anni, Dalia riuscì a fuggire dal gulag insieme alla madre e a fare ritorno in Lituania; qui, nascondendosi nelle case di amici e parenti a Kaunas per un anno, inizia a scrivere i suoi ricordi su pezzi di carta che trova qua e là. Quando la madre muore nel 1950, Dalia la seppellisce di nascosto nella cantina della loro casa di Kaunas e temendo di essere arrestata, nasconde le pagine del suo diario in un barattolo che seppellisce nel giardino di casa, per metterle al sicuro dal KGB. E aveva ragione ad essere preoccupata, che infatti poche settimane dopo, fu nuovamente arrestata ed rimandata in Siberia. Fu solo nel 1956 che poté tornare in Lituania, ma una volta tornata cercò invano il barattolo con le pagine delle sue memorie, senza riuscire a trovarlo. Avendo studiato medicina, Dalia lavora come medico nella Lituania Sovietica fino al 1974, quando fu dismessa dalle autorità sovietiche. È in questo periodo che la donna decide di riscrivere le sue memorie – memorie che questa volta furono prontamente pubblicate nelle edizioni dissidenti russe samizdat (Память) nel 1979. Eventualmente il diario originale fu riscoperto 1991, quattro anni dopo la sua morte e dopo che la Lituania aveva riguadagnato l’indipendenza. Questo libro è la traduzione di quelle stesse pagine, la storia sepolta da Dalia. L’immediatezza della sua scrittura testimonia non solo della sofferenza che ha subito, ma anche della speranza che l’ha sostenuta. È una storia di sofferenza e di coraggio e di indomita volontà di sopravvivere.

2020 ©Paola Cacciari

http://www.lithuanianstories.com/2019/03/22/dalia-grinkeviciute-la-sua-storia/

http://www.lithuanianstories.com/2018/09/10/yurta-lituani-mar-di-laptev/

 

Demonizzazione di Stalingrado — Il simplicissimus

Ieri ricorreva l’anniversario della vittoria delle truppe sovietiche a Stalingrado che segnò lo spartiacque della seconda guerra mondiale e tuttavia la guerra per la libertà è tutt’altro che vinta poiché siamo di fronte ad un’operazione orwelliana di cancellazione della memoria condotta con subdolo accanimento da tutto l’apparato imperiale americano e dalle sue appendici come la […]

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L’eredità del terzo Reich collegata alla xenofobia odierna e all’intolleranza politica — ORME SVELATE

Lo studio trova prove che i tedeschi di oggi che vivono vicino ai campi di concentramento della Seconda Guerra Mondiale sono più xenofobi, più propensi a sostenere la politica di estrema destra e meno tolleranti verso gli immigrati e le minoranze religiose.

via L’eredità del terzo Reich collegata alla xenofobia odierna e all’intolleranza politica — ORME SVELATE

La guerra non ha un volto di donna, di Svetlana Aleksievic

Come raccontare questo libro? Come mettere per iscritto la selva di emozioni che ho provato durante la lettura e che , ancora adesso, a quasi un mese dalla fine, continuo a provare? Era tanto che un libro non mi coinvolgeva emotivamente in modo così viscerale e totalizzante (e di libri coinvolgenti ne ho letti molti ultimamente).
Conosceva già Svetlena Alexievich per il suo bellissimo Tempo di seconda mano, una splendido racconto sulla vita in Russia dopo il crollo del comunismo. La Alexievitch è nota per il suo raccogliere e raccontare le storie e le memorie di coloro che nella storia ci si trovano a causa delle decisioni degli altri, la gente comune insomma, coloro che voce in capitolo non ce l’hanno mai, ma che (per amore o per forza) finiscono con il trovarsi sempre in prima linea nelle vicende della storia e finiscono con il farla, la storia.

Questa volta si tratta della  Seconda Guerra Mondiale, ma raccontata dalle donne sovietiche, molte delle quali erano appena ragazzine adolescenti di sedici, diciotto o diciannove anni quando corrono al fronte (alcune scappano addirittura di casa per farlo) per difendere la Patria e gli ideali della loro giovinezza, soprattutto quando Hitler, dopo aver inflitto perdite devastanti all’Armata Rossa, arriva alle porte di Mosca. Centinaia di migliaia di donne allora vanno a integrare i vuoti di effettivi lasciati dagli uomini: quasi un milione infatti, tra infermiere, radiotelegrafiste, cuciniere, ma anche soldati di fanteria, addette alla contraerea e carriste, genieri sminatori, aviatrici, tiratrici scelte. Attraverso un lavoro di anni e centinaia di conversazioni e interviste, l’autrice ha ricostruito il volto della guerra al femminile, che

“ha i propri colori, odori, una sua interpretazione dei fatti ed estensione dei sentimenti e anche parole sue.”

Per tutto il tempo non ho fatto altro che chiedermi cosa avrei fatto io: sarei partita? I miei ideali sarebbero bastati a sostenermi? Avrei resistito? Mi sono resa conto di quanto poco so della guerra, a parte quello che i nonni mi hanno raccontato e che di certo era stato accuratamente “editato” prima di essere narrato a me e ai miei cugini. Mi accorgo di quanto poco so di quello che è accaduto alle mie nonne, della loro guerra, del loro sopravvivere durante l’occupazione tedesca con i mariti al fronte e bambini piccoli. Ma come solito sono arrivata tardi che le mie nonne non ci sono più. Arrivare tardi, la storia della mia vita…

Editore: Bompiani
Anno edizione:2017

2020 ©Paola Cacciari

We can be heroes just for one day…(David Bowie)

Non ero mai stata a Berlino. E vedere quel che resta del muro mi ha colpito. Tanto. ❤

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East Side Gallery, Berlin 2019 © Paola Cacciari
East Side Gallery, Berlin 2019 © Paola Cacciari
East Side Gallery, Berlin 2019 © Paola Cacciari
Potsdamer Platz, Berlin 2019 © Paola Cacciari
Potsdamer Platz, Berlin 2019 © Paola Cacciari

La cucina sovietica: una storia di cibo e nostalgia

Anche per me, come per Tatiana Larina di Parla della Russia, continua l’ossessione per tutto ciò che è Russo-Sovietico.
Un giorno ficcanasando nel blog dei ‘russi’ ho trovato questa storia dell’Unione Sovietica vista attraverso la cucina.E siccome che anch’io adoro mangiare e anche cucinare, mi sono precipitata a comprare questo memoriale di Anya von Bremzen, dove storia sociale e storia personale si intrecciano in modo tenero, divertente, e illuminante. Buona lettura!

Anya von Bremzen and her mother in Philadelphia in 1978
Anya von Bremzen and her mother in Philadelphia in 1978

PARLA DELLA RUSSIA

Cucina_sovieticaTatiana continua con il suo periodo russo-sovietico. Dopo Tutto scorre… è alle prese con una storia dell’Unione Sovietica vista attraverso la cucina. E questa sì che è nuova.

Idea originale: ripercorrere 70 anni di storia attraverso i piatti e gli alimenti presenti sulle tavole dell’impero sovietico, per decennio. Molto deve a classici come I Biscotti di Baudelaire, ma con meno ricette e più storia.

Operazione originale? sì. Riuscita? in parte.

Autobiografico, il libro offre prospettive differenti. Può essere letto come una saga familiare, dato che in effetti l’autrice ripercorre la storia sovietica attraverso quella della propria famiglia, a partire dai nonni, con particolare attenzione al ramo materno e alle origini ebraiche. La famiglia materna è fortemente radicata nel regime sovietico, cui la dissidenza succeddiva delle generazioni giovani sarebbe stata parecchio aliena.
Accanto al livello personale e familiare, vi è l’URSS raccontata sia attraverso fatti storici che attraverso aneddoti, cronache, pettegolezzi…

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Il Limpido Ruscello (The Bright Stream) di Shostakovich

OK, capisco perché Stalin ha vietato questo balletto: è divertente! E quando dico divertente intendo davvero, molto, troppo divertente. Divertente dall’inizio alla fine, con il suo misto di commedia e pantomima, coppie quasi adultere che si scoppiano e si riaccoppiano, ballerine vestite da uomo e ballerini vestiti da ballerine che danzano sulle punte e una sfilza di eccentrici caratteri ispirati allo Shakespeare di Sogno di una Notte di Mezza Estate  (ok, non c’è un uomo con la testa d’asino, ma c’è un cane in sella ad una bicicletta). Uh!

È anche ambientato in un collettivo agricolo sovietico, ma si rifiuta categoricamente di prendere la cosa sul serio, inclusi i frutti del lavoro del collettivo stesso, qui rappresentati sotto forma di frutta e verdura di ciclopiche dimensioni. C’era da aspettarselo che tanto liberalismo e tanta presa in giro della propaganda non siano andati giù a Mosca. Subito dopo il suo debutto nel 1935, The Bright Stream fu dovutamente denunciato in un articolo sulla Pravda, in cui il balletto veniva attaccato per la mancanza di un tema serio. Il compositore, Dmitri Shostakovich fu disonorato, il librettista Fyodor Lupokhov finì in un gulag e il balletto fu condannato all’oblio. Fino a quando, nel 2003, quasi 70 anni dopo, Alexei Ratmansky ha deciso di riportarlo in scena, con una produzione di in due atti che, pur rendendo omaggio all’originale sovietico, adatta il balletto alle necessità di un pubblico moderno.

La trama è semplice. La giovane campagnola Zina, ama suo marito, l’arrogante studente di agricoltura Pyotr. Ma il loro matrimonio viene messo alla prova quando due famosi ballerini entrano in città – conosciuti solo come La Ballerina, e Il Ballerino di danza classica. I due decidono di insegnare a Pyotr (e al suo occhio errante e mani e labbra) una lezione. E a questo punto iniziano le risate.

Non capita spesso di vedere il Balletto del Bolshoi  in piena versione comica, ma con la sua infilata  di interazioni da pantomima, The Bright Stream è un’opportunità per i ballerini di fare proprio questo. E ci si buttano a capofitto, godendosi un mondo l’opportunità di essere sciocchi – anche se lo fanno, ovviamente, con uno stile impeccabile. E per noi che stiamo nell’audience, è una gioia assoluta vedere questa compagnia divertirsi in modo quasi fanciullesco. Tanto che più di una volta sono scoppiata a ridere fino quasi alle lacrime (come non mi capitava da quando proprio a Covent Garden ho visto The Dream, di Frederick Ashton, basato appunto su Sogno di una Notte di Mezza Estate) insieme al resto del pubblico che stipava ogni angolo della Royal Opera House.

Ruslan Skvortsov, una delle più brillanti stelle del Bolshoi, sarà anche abituato a ruoli da “macho” nel balletto classico, ma una volta fattosi prendere dalla farsa, è un vero spasso, con tanto di tutù, petto peloso e tutto il resto. Che si tratti di svolazzare sulle punte o di trascinarsi stancamente sui piedi, il nostro eroe rende una magistrale parodia di quell’ “inseguimi – no, non- inseguirmi” tutto femminile e così  caratteristico diuna certa… (ahem) Odette.

Ma a quanto pare, fare la parodia a Il Lago dei Cigni nell’Unione Sovietica di Stalin era una reato punibile con il gulag, come appunto Lupokhov ha scoperto a sue spese. Una cosa ingiustissima che, lungi dall’essere una presa in giro, questo suo è piuttosto uno scherzo affettuoso che fa tanto più ridere in quanto viene da una compagnia famosa per la sua serietà. Una piacevole scoperta questa  The Bright Stream. Mi sono divertita immensamente!

Bolshoi Ballet @ Royal Opera House London

The Bright Stream 7-8 August 2019

http://www.roh.org.uk/about/bolshoi

2019 © Paola Cacciari