Architettura e salute in mostra alla wellcome Collection

Parliamo del bagno. O delle tubature interne che portano acqua corrente (quell’acqua corrente che solo qualche decennio fa era ancora un lusso per molti) ai nostri rubinetti. O del sistema di ventilazione, delle finestre con i doppi vetri e di tutte le altre cose che rendono le nostre case confortevoli e che sono utili alla nostra salute. Che chiunque si sia mai trovato a fare i conti con una caldaia rotta la vigilia di Natale, o un buco nella grondaia che ci allaga il soffitto durante l’immancabile temporale che ne segue, saprà com’è facile dare per scontato il funzionamento di una casa. Almeno fino al quando qualcosa non smette di funzionare.

E probabilmente dovremmo passare un po’ di più a lodare cose che diamo per scontate, come l’umile WC per esempio. Perché, come racconta la mostra della Wellcome Collection di Londra, le comodità sanitarie a cui siamo tutti così abituati non sono un lusso che abbiamo sempre avuto. Certamente non lo era al tempo delle mie nonne o subito dopo la guerra, quando mia madre era una bambina alla periferia di Bologna e il bagno era piccolo, buio e freddo, e stava nel cortile di casa.
Ho sempre pensato che la relazione tra architettura e salute fosse una scoperta recente. Come mi sbagliavo! Già Charles Dickens ci aveva pensato (e chi senno’??) nell’Ottocento quando aveva descritto i bassifondi della Londra vittoriana in Oliver Twist:

“Non si può fare nulla di efficace per migliorare le condizioni di vita dei poveri di Londra fintanto che le loro abitazioni non saranno costruite e in modo decente.”

Ma, nonostante avesse più volte denunciato la miseria dei poveri, Dickens non era un riformista sociale e il suo interesse si ferma qui. D’altronde, le descrizioni degli slums dell’East End di Londra sono sintomatiche di un periodo di rigida distinzione sociale, in cui le differenze tra chi ha è chi non ha sono a dir poco abissali. E basta leggerle insieme alla mappa di Londra redatta dal Sociologo e armatore britannico Charles Booth (1840-1916) per averne la conferma. Attento osservatore dei problemi economici riguardanti la senescenza dell’epoca vittoriana, Booth fu il primo ad individuare la relazione tra miseria e depravazione.

Part of Booth’s map of Whitechapel 1889. The red areas are “well-to-do”; the black areas are “semi-criminal”.

Dallo squallore vittoriano si passa poi al tentativo degli architetti modernisti di rivoluzionare l’edilizia residenziale con palazzoni dalle linee semplici e pulite situati in città giardino e villaggi modello. In un periodo in cui la tubercolosi dilaga, i benefici del sole e dell’aria pulita (in netto contrasto all’inquinamento della capitale vittoriana) diventano sempre più evidenti soprattutto per costruzione di edifici adibiti alla cura della malattia, i cosidetti sanatori, come quello creato da Alvar Aalto nel 1932 a Paimio, in Finlandia, con tanto di sedie speciali realizzate in compensato (come la cosiddetta sedia Paimio) progettatte esplicitamente per aiutare la respirazione dei pazienti sofferenti di tubercolosi.

Paimio chair designed by Alvar Aalto in the 1930

E se dalla lista di nomi di famosi riformatori e architetti, naturalmente non poteva mancare Le Corbusier (1887-1965), sono presenti anche idealisti come John Cadbury (1801-1889) il fondatore della famosa fabbrica di cioccolato e di Bournville, il villaggio modello a sud di Birmingham per gli operai che vi lavoravano, ed Henry Wellcome (1853-1936), imprenditore farmaceutico e fondatore della collezione che porta il suo nome che ha provato a progettare un nuovo modo di vivere con il Wellcomeville, mai realizzato. Reappresentanti del dopoguerra sono i casermoni “brutalisti” in cemento armato degli anni Sessanta e Settanta, come la Balfron Tower di Poplar progettata da Ernő Goldfinger (1902-1987) e la Pepys Estate a Deptfort, entambi quartieri deprivati della zona Est di Londra, considerate all’epoca come esempi pionieristici di case popolari e al giono d’oggi, come il simbolo del fallimento di quegli ideali

Ernő Goldfinger
Ernő Goldfinger

Il tributo alla Grenfell Tower alla fine della mostra mi lascia un po’ perplessa, che più che tra architettura e salute, la tragedia del grattacielo di Londra mi sembra un problema di architettura e sicurezza. Ma esco dalla mostra in testa le parole usate da Jack London ne Il popolo degli abissi  per commentare il suo “viaggio” nella selvaggia umanità nell’East End della Londra edoardiana, si chiede come fosse possibile che all’apice della sua potenza, glorioso” Impero britannico potesse ignorare in modo così plateale i bisogni di una parte cosi grande dei suoi sudditi (forse non era stato nella Russia degli zar…).Che sara’ anche passato un secolo, ma certe cose non sono cambiate poi cosi tanto e basta guardarsi un po’ attorno anche nel nostro super-tecnologico e civilizzato mondo contemporaneo, per realizzare che questa domanda è pertinente adesso come lo era nel 1903.

2018©Paola Cacciari

Londra//fino al 3 Marzo 2019

Living with Buildings @ Wellcome Collection

 

Il sorriso in mostra alla Wellcome Collection di Londra

A nessuno piace andare dal dentista, anche chi come me ne ha uno davvero molto bravo e simpatico. Che c’è qualcosa nel sibilo del trapano, nel suo aspetto metallico e appuntito e nell’odore di carne bruciata e disinfettante che aleggia nell’aria di ogni studio dentistico che basta da solo a mettere a disagio anche chi non ha una vera e propria fobia. Proprio per questo una visitina mostra della Wellcome Collection dedicata al bianco perlato (o meno) della nostra dentatura è fortemente consigliata – e non solo a coloro che hanno continuato a rimandare una visita dal di controllo. Davvero, guardatevi intono e sarete grati di vivere nel XXI secolo e avere accesso alle meraviglie della moderna odontoiatria!

A European sculpture of a barber-surgeon reminds viewers what a trip to the dentist was like in the 17th century
A European sculpture of a barber-surgeon reminds viewers what a trip to the dentist was like in the 17th century

Come scienza indipendente, l’odontoiatria professionale fu lenta ad emergere. Per secoli, l’unica cura per il mal di denti era una dolorosa estrazione. Considerata al di sotto delle alte preoccupazioni di un medico propriamente detto, la cura e l’estrazione dei denti era riservata ai fabbri, ai barbieri e ai ciarlatani itineranti. Bisognerà attendere il 1728 e il medico francese Pierre Fauchard perché la nuova nascente professione dell’odontoiatria fosse ufficialmente ratificata. Prima di allora, per chi aveva mal di denti c’era poco da fare a parte affidarsi a tisane e pozioni, amuleti e preghiere a Sant’Apollonia che, secondo la tradizione fu torturata cavandole i denti di bocca e per questo considerata patrona dei dentisti, igienisti dentali e odontotecnici e, appunto, i suddetti temuti barbieri/fabbri estrattori di denti. Ma l’odontoiatria era costosa (ancora lo é) e i primi dentisti naturalmente si rivolgevano agli aristocratici, occupandosi di trasformare i loro denti rovinati dallo zucchero e di restituire così lo il sorriso e con esso il loro posto in società.

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A set of dental instruments including five ‘pelicans’ for extracting teeth and a tooled leather case, French, 16th-17th centuries, Dr Hamonic Collection © Science Museum / Science & Society Picture Library
Thomas Rowlandson, “A French dentist showing a specimen of his artificial teeth and false palates”, coloured engraving, 1811

Prima che Charles Goodyear perfezionasse le protesi in gomma vulcanizzata nel 1840, i denti falsi erano costosi e scomodi. Appoggiati a molle, avevano una sfortunata tendenza a saltare fuori dalla bocca. Nella caricatura satirica di Thomas Rowlandson, Nicholas Dubois de Chemant, dentista della società londinese che era sfuggito alla Rivoluzione francese, “mostra” un nuovo set di protesi di porcellana Wedgwood ad un potenziale cliente. Il catalogo di brutture e cattivi odori offerto da una bocca aperta doveva essere davvero terribile ancora nel 1811 se perfino gli illustratori georgiani come nostro Rowlandson si proccupano di farci caicature satiriche. Fortunatamente per tutti le cose erano destinate a migliorare se non altro per l’introduzione, alla metà dell’Ottocento, dell’anestesia.

Ma fu solo alla fine degli anni Quaranta, con la nascita del National Health Service (NHS), il servizio sanitario britannico istituito nel 1948 che per la prima volta anche persone comuni che fino ad allora soffrivano il mal di denti in silenzio, possono permettersi il privilegio di una visita oodontoiatrica. Lo stato delle dentature della nazione comincia a migliorare agrazie anche ad una serie di campagne di informazione promosse dal Governo a favore dei benefici dell’igiene orale quotidiana, della riduzione del consumo di zuccheri e dei controlli regolari dal dentista, soprattutto per i bambini. Oltre alla straordinaria selezione di denti finti, dentiere, paste e spazzole (incluso lo spazzolino da denti d’argento di Napoleone) e alle enormi dentiere finte usati dai dentisti tirocinanti per fare pratica, c’è anche una simpatica esposizione di lettere scritte dai bambini alla fatina dei denti. 🙂

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Si termina con un display sui denti nella società di oggi. Essendo l’unica parte visibile dello scheletro umano, i denti sono intrinsecamente legati all’identità, sia individuale che culturale. Basta pensare alle cifre che una persona o una famiglia media è disposta a spendere (privatamente o meno) in impianti, protesi, corone, apparecchi e igiene orale. Ma i nostri denti dicono molto altro su chi siamo e otturazioni, operazioni (etc, etc) forniscono indizi forensi di vitale importanza in caso di guerre o catastrofi, naturali rendano necessari identificare i corpi. Intervenire sui denti può persino aiutare a curare l’ansia. Ripensandoci, forse è il momento di prenotare quel check-up dopo tutto… 😉

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 16 Settembre 2018

Teeth

@ Wellcome Collection

La morte si fa bella. Alla Wellcome Collection di Londra

Già in passato la Wellcome Collection aveva proposto mostre insolite che proponevano temi controversi come la storia delle droghe o della sporcizia. Ma la morte? Difficile pensare ad essa come il soggetto adatto per una mostra. D’altronde il tema della Danza macabra non è nuovo nell’iconografia della storia dell’arte, soprattutto di quella medievale. E chiunque soggetto di continuo a pestilenze, guerre e carestie sarebbe ossessionato dall’idea…

An image of a classic oil painting of skulls and flowers within a thick black square frame
Adrian Van Utrecht, Vanitas Still life with a Bouquet and a Skull (1643). Oil on canvas© The Richard Harris Collection

La mostra attinge a piene mani dalla collezione privata dell’americano Richard Harris che da anni raccoglie oggetti, dipinti, stampe, sculture etc. che hanno come tema la morte e una volta dimenticato il fatto di essere volontariamente venuti a contatto con un argomento che di solito si fa di tutto per dimenticare, quella della Wellcome è una mostra  veramente coinvolgente. Organizzata tematicamente lungo cinque sale, esplora i modi diversi in cui culture diverse in periodi diversi hanno affrontato l’inevitabile. Sin dall’antichità infatti l’angoscia e il mistero che circondano la morte hanno spinto gli uomini ad elaborare raffigurazioni che fossero di impatto immediato al fine di scuotere la coscienza dell’osservatore. E così dalle rappresentazioni della vanitas del protestantesimo olandese alle drammatiche stampe di Dürer e Goya si passa ai buffi scheletri ukiyo-e del giapponese Kawanabe Kyosai che giocano fra loro e sembrano divertirsi una sacco, per nulla turbati dal fatto che della loro persona non è rimasto altro che le ossa.

Kawanabe Kyosai’s Frolicking Skeletons: emphasising the carefree spirit of the world beyond. Photograph: The Richard Harris Collection/Wellcome Images

Che una cosa è certa: quello della morte è un tema universale. La morte non solo come memento mori, ma come satira sociale perché davanti a Dio (o chi per lui) siamo tutti sono uguali. Certo non è una mostra da affront a cuor leggero, soprattutto quando si arriva alle stampe di Otto Dix dove la tragedia della Guerra davvero non ha bisogno di parole.

Dato il soggetto in questione, non c’è da stupirsi che l’effetto prodotto siano inquietudine e una certa ansia. Ma quella della Wellcome Collection resta un’affascinante indagine su un fatto inevitabile. Rassegnamoci.

2013 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 24 Febbraio 2013

Death: A self-portrait

The Wellcome Collection

wellcomecollection.org

Dirt: The filthy reality of everyday life. alla Wellcome Collection

A Monster Soup commonly called Thames Water
William Heath, 1828

Quello della sporcizia è  un tema difficile quanto enorme, che la Wellcome Collection ha affrontato con ironia e immaginazione, ma anche con la serietà della grande istituzione scentifica che la contraddistingue.

Attraverso fotografie, dipinti, installazioni ed oggetti vari ed eventuali, Dirt: The filthy reality of everyday life racconta la storia e le vite di varie città – da Delft a Londra, da Dresda a Delhi. Ma non fatevi ingannare dal tono che, sebbene leggero e ironico per gran parte della mostra, non perde tuttavia l’occasione per sottolineare fatti inquietanti come l’appropriazione “sociale” del concetto di sporcizia con la presenza di alcuni poster antisemitici del periodo nazista che invitavano alla “pulizia etnica”. Una mostra perfetta tanto per visitatori occasionali che per gli amanti della scienza.

2011 ©Paola Cacciari

Londra//fino al  31 Agosto 2011, entrata libera.

Dirt: The filthy reality of everyday life

Wellcome Collection
183 Euston Road, London NW1 2BE

Martedì-Sabato  dalle 10 alle 18
chiuso il Lunedì

 

High Society alla Wellcome Collection

La premessa di questa mostra della Wellcome Collection è intrigante: tutte le società sono ‘high’ societies. Dove l’aggettivo high ha il significato di sovraeccitato, sballato. Il che significa che, forse a parte il Polo Nord, ogni società e cultura ha utilizzato e continua tutt’ora ad utilizzare qualche sostanza che altera i processi mentali.
Dal tè, al caffè ai sonniferi, siamo così abituati a fare uso di sostanze eccitanti o sedative che non le consideriamo neanche più droghe. Ma se al giorno d’oggi alcool e tabacco sono droghe legali, non lo erano affatto nel 1604; mentre cocaina ed eroina, illegali adesso, erano perfettamente legali in epoca vittoriana, dove la cocaina era utilizzata come tonico e l’eroina per le compresse per la tosse.
High Society esplora il percorso di queste sostanze, dalla loro scoperta e utilizzo nei rituali religiosi al loro passaggio alle botteghe degli apotecari medievali e ai sofisticati laboratori chimici di oggi. Una mostra che mette turro in prospettiva…
An opium den in San Francisco Process print after a photograph, early 20th century
Wellcome Library Wellcome Images

Londra//fino al 27 Febbraio 2011

High Society @ Wellcome Collection