Bauhaus: la vita, l’arte, la bellezza

Sebbene la scuola di arte e design Bauhaus sia esistita per soli 14 anni, la radicale novità del suo approccio “olistico” nei confronti del processo creativo continua a riecheggiare ancora oggi nell’arte contemporanea, nell’architettura e nella progettazione, grafica e non.
Così, visto che quest’anno la celeberrima istituzione tedesca compie cento anni, ho pensato di ripubblicare questo articolo che ho scritto nel 2012 per Artribune in occasione della grande retrospettiva della Barbican Art Gallery.
Buona lettura!

Bauhaus building (1925–26) by Walter Gropius. Photo © Tillmann Franzen. © VG Bild-Kunst, Bonn 2018.

Vita da Museo

In mostra a Londra la straordinaria avventura del Bauhaus, scuola d’arte per eccellenza. Dalla fondazione alla chiusura, nel 1933, con l’arrivo del nazismo. Un percorso straordinario, che testimonia della sua estrema attualità. Al Barbican Center di Londra fino al 12 agosto.

100-2012-0159 Bauhaus, Erich-Consemuller. Barbican

Già nell’Ottocento, William Morris, con le sue Arts and Crafts, aveva cercato di portare la bellezza alle masse. Come Morris, anche Walter Gropius (Berlino, 1883 – Boston, 1969) pensa che l’industria non debba essere nemica dell’artista (o meglio, del progettista), ma sua alleata, e che il prodotto creato non deve essere privilegio dei pochi, ma accessibile a tutti. Ed è su queste basi che nel 1919 riorganizza l’Accademia delle Belle Arti e la Scuola di Arti Applicate di Weimar nel Bauhaus.
In questa “casa della costruzione”, teoria e pratica, arte e artigianato hanno un unico scopo: riscattare l’oggetto d’uso dall’appiattimento della produzione industriale. È la Gesamtkunstwerk

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La pittura senza tempo di Edward Burne-Jones

La mia preferita tra le opere esposte alla Tate Britan nella mostra dedicata al Preraffaellita Edward Burne-Jones (1833-1898), ironicamente appartiene al “mio” Victoria and Albert Museum. Raffigura uno sfinito Edward “Ned” (non ancora baronetto o, come si dice qui, “Sir”) accasciato su una sedia, stremato dall’energica lettura di una poesia da parte del suo altrettanto energico amico, compare e socio, William Morris (1834-1896).

William Morris reading poetry to Burne-Jones, 1861. Victoria and Albert Museum

È una scenetta buffissima quanto insolita, soprattutto se si pensa che è stata disegnata dallo stesso Burne-Jones. Le differenze con i soggetti delle sue altre opere che lo hanno reso famoso non potrebbero essere più marcate: un chiarissimo esempio di come per tutta la vita l’artista  sia riuscito a dipingere soggetti amati dal pubblico, conservando gelosamente per se’ e per gli amici il proprio mondo. E, aggiungerei, anche il suo senso dell’umorismo. Che a guardare i corpi statuari e i visi cerei dagli occhi fissi nel vuoto dei suoi soggetti, l’aggettivo “spassoso” non è certo uno immediatamente associabile con Burne-Jones …

 Obsessively detailed … Laus Veneris, 1873-78. Photograph: Laing Art Gallery (Tyne & Wear Archives & Museums)
Obsessively detailed … Laus Veneris, 1873-78. Photograph: Laing Art Gallery (Tyne & Wear Archives & Museums)

Nato a Birmingham nel 1833, Burne-Jones   odia praticamente fin dalla nascita la periferia industriale in cui cresce, il che lo spinge in modo quasi automatico verso la cerchia dei preraffaelliti con le loro idealizzate idee del passato medioevale. Ad Oxford, dove studia teologia (cos’altro verrebbe dia chiedersi…) incontra Morris;  i due diventano amici. Nella città universitaria i due vengono a contatto con il pensiero di John Ruskin che, supponente e puritano qual’era, era tuttavia il più grande esponente della critica d’arte dell’epoca e, tramite Ruskin, con l’opera del suo protetto, Dante Gabiel Rossetti che, sebbene invecchiato non aveva perso nulla del suo fascino. Sedotti dal carisma del fondatore dei Preraffaelliti, Morris e Burne-Jones decidono di dedicarsi all’arte entrando a far parte della confraternita dei Preraffaelliti.

Photograph of Edward Burne-Jones (left) and William Morris (right) at the Grange in 1874. Photograph: National Portrait Gallery in London
Photograph of Edward Burne-Jones (left) and William Morris (right) at the Grange in 1874. Photograph: National Portrait Gallery in London

E mentre oltremanica Monet e i suoi campari impressionisti stavano proiettano l’arte nel futuro, Burne-Jones   si impegna a tenerla fermamente nel passato. Che al contrario degli altri Preraffaelliti Holman Hunt, Millais e dello stesso Rossetti, che periodicamente si permettono una sbirciatina nella società vittoriana in cui si trovano a vivere, Burne-Jones  per tutta la sua carriera non permise mai neanche ad un lampione di fare capolino nel rarefatto classicismo delle sue tele. Anche se devo dire che nonostante il classicismo michelangiolesco delle sue figure togate, la loro linea sinuosa e il decorativismo di certe sue opere (come i pannelli della serie di Perseo) lo tradisce per quello che è: un abitante della fine del secolo, soggetto come tale alle influenze dell’Art Nouveau e della Secessione Viennese.

The Death of Medusa (I), 1881-2 Southampton City Art Gallery
The Death of Medusa (I), 1881-2 Southampton City Art Gallery

Che se i preraffaelliti erano nati dal comeune amore per il Medioevo, per l’arte prima di Raffaello, Burne-Jones eleva questo amore all’enesima potenza prendendo in prestito da varie epoche ciò che gli occorreva, lasciando altri aspetti che non trovava interessanti – una atteggiamento tipicamente vittoriano. Il suo è un mondo popolato da figure michelangiolesche, avvolte da toghe classiche, su cui troneggiano volti impassibili (che il nostro eroe non era famoso, diciamocelo, per la sua espressività, ne voleva esserlo…) che si muovono tra prati fioriti più simili a quelli degli arazzi fiamminghi che a veri prati. Che infondo Burne-Jones era prima di tutto un decoratore, un artigiano prima ancora che pittore, avendo iniziato la sua carriera artiostica creando vetrate, arazzi, libri, mobili e piastrelle per la premiata ditta Morris & C. Per lui non esisteva differenza tra pittura e arti decorative, tra le arti maggiori e le cosidette arti minori adattando le sue idee ai materiali diversi con cui lavora. E per gran parte della sua vita proprio le entrate provenienti dalla Morris & C gli forniranno il denaro necessario per dedicarsi alla pittura.

Tapestry Adoration of the Magi. Photograph: Edward Burne-Jones/private collection
Tapestry Adoration of the Magi. Photograph: Edward Burne-Jones/private collection

Neanche a dirlo, i vittoriani amavano il suo melodramma, ragion per cui che tante delle sue opere si trovano sparsi in moltissimi musei britannici, da un capo all’altro dell’isola, comprati da banchieri, filantropi, ma anche dalle giunte comunali e da chiunque se ne potesse permettere una. La moglie Georgiana, oltre a sopportare i suoi numerosi tradimenti e ripetute infatuazioni che Burne-Jones sembrava innamorarsi in continuazione di donne che non erano sua moglie, ha posato per lui in molte occasioni. Mai tuttavia quanto langlo-greca Maria Zambaco, con cui il pittore ebbe un’intensa relazione tra il 1866 e il 1869 e per cui tentò persino di lasciare la moglie, ma lo scandalo che ne seguì lo fece desistere (anche se il viso di Maria continuò ad apparire nei dipinti di Burne-Jones nei panni di una maga o una tentatrice). E visto che, a guardarci bene, la fisionomia di Georgiana e quella delle altre modelle, sembra quasi indistinguibile, mi viene da pensare che per l’artista anche nella vita le sue donne fossero un po’ interscambiabili.

 The Beguiling of Merlin, 1872–7 by Edward Burne-Jones. Photograph: National Museums Liverpool, Lady Lever Art Gallery
The Beguiling of Merlin, 1872–7 by Edward Burne-Jones. Photograph: National Museums Liverpool, Lady Lever Art Gallery

Ancora più straordinaria, la serie The Legend of Briar Rose, creati dall’artista tra il 1874 e il 1890, illustrano una storia dei fratelli Grimm, in cui l’eroe scopre un regno i cui abitanti sono tutti immersi in un sonno incantato – una perfetta metafora per l’arte di Burne-Jones. Circondato da dipinti di sognatori sdraiati tra le braccia di Morfeo, lasciando che il tuo sguardo si sovrapponga ai modelli intrecciati di figure addormentate e fogliame avvolgente, potresti sentirti in uno stato di quasi sonnambulismo. Non sorprende che Burne-Jones abbia subito un’enorme ondata di popolarità nell’era della psicadelia: questa mostra è un viaggio – in tutti i sensi… Ma devo dire che se trascorrerci un paio d’ore è stato esteticamente molto gratificante, non vorrei viverci nel mondo di Burne-Jones. Preferisco Chalie Brown.  

Londra// fino al 24 Febbraio 2019

Edward Burne-Jones, Pre-raphaelite visionary @ Tate Britain

tate.org.uk

Philip Webb 1831-1915 al Victoria and Albert Museum

All’orecchio dei non appassionati delle Arts and Crafts, il nome di Philip Webb (1831-1915) forse non suona immediatamente riconoscibile – almeno non come quello dei suoi amici e compagni William Morris e Dante Gabriel Rossetti. Ma nessun altro come questo personaggio modesto e riservato ha cambiato il modo in cui percepiamo un edificio – e non solo dal punto di vista architettonico e strutturale, ma da quello della conservazione.

Red House, Bexleyheath,London. 2014 © Paola Cacciari
Red House, Bexleyheath, London. 2014 © Paola Cacciari

Nel 1877 infatti Webb fondò insieme allo stesso Morris e ad un gruppo di appassionati che condividevano le sue idee, la Society for the Protection of Ancient Buildings (Società per la Protezione degli Edifici Antichi). E se per Webb  e Co. il termine “antico” era utilizzato nel senso piu’ vasto del termine per indicare ogni edificio  molto vecchio, ma non necessariamente “pre-medievale”, la società ebbe il merito di opporsi ai restauri distruttivi di edifici antichi (o semplicemente vecchi) che erano la norma nell’Inghilterra vittoriana.

Inutile dire che Webb diede anche un immenso contributo alle Arts and Crafts di William Morris di cui fu un grande amico per tutta la vita.  Quando, nel 1861, Morris fonda la sua ditta Morris, Marshall, Faulkner & Co. insieme anche a Rossetti e Burne Jones, Webb fornisce disegni per vetrate e gioielli, bicchieri e ferro battuto. Come Morris e John Ruskin, anche Webb era fieramente opposto all’industrializzazione in quanto privava l’operaio dell’orgoglio creative tipico dell’artigiano, portando inevitabilmente alla produzione di oggetti di scarsa qualità. Nella sua mente progettisti e artigiani erano la stessa cosa e le due attività erano tra loro inscindibili e il loro lavoro quotidiano è un’opera d’arte.

Standen National Trust Exterior, UK - Diliff by Diliff
Standen National Trust Exterior, UK – Diliff by Diliff

Webb applica questo concetto anche all’architettura, occupandosi personalmente di ogni dettaglio, anche dei più insignificante. A Standen disegna tutto, dalla pianta dell’edificio ai mobili e ai tessuti per l’arredamento, persino gli oggetti per la tavola e i lampadari, essendo la casa una delle prime dimore private ad avere la luce elettrica..
Costruita tra 1892 il 1894 per il ricco avvocato londinese James Beale, sua moglie Margaret e i loro sette figli, Standen, nella Contea del West Sussex, a  circa un’ora di treno da Londra,  è considerata il capolavoro di Philip Webb. I Beale erano l’esempio tipico della clientela del nostro architetto-muratore, che rifuggiva la pubblicità e aborriva l’aspetto commerciale del suo lavoro e faceva affari solo con amici di amici e per questo non divento mai ricco e famoso. Non solo: Webb voleva esser pagato solo quello che il suo cliente poteva permettersi o che riteneva opportuno, e spesso si faceva pagare meno del dovuto, così non solo non divenne mai ricco, ma per anni fu perseguitato dall’ufficio delle tasse che non riusciva a capacitarsi del fatto che i suoi introiti fossero cosi bassi…

The Drawing Room, Standen
The Drawing Room, Standen

Per Webb il progetto architettonico inizia sempre dal paesaggio: secondo William Morris, la casa doveva essere “ancorata” al paesaggio circostante, avvolta dalla Natura piuttosto. E Webb ottiene questo scopo eliminando ogni simmetria dalle sue costruzioni. Basta guardare la Red House, casa rossa che crea per l’amico William Morris a Bexleyheath, un anonimo villaggio nella contea del Kent a circa mezz’ora di treno da Londra come dono di nozze all’adorata moglie Jane, e che Rossetti definì una poesia piuttosto che una casa. Ed è vero, che non si può attraversare la soglia di quell’abitazione senza provare la sensazione di essere entrati in un altro mondo…

Red House, Bexleyheath,London. 2014 © Paola Cacciari
Red House, Bexleyheath,London. 2014 © Paola Cacciari

Con le sue torrette, soffitti con travi a vista e saloni medievali e immersa nel verde della campagna circostante, tra orti e frutteti, la Red House non era solo un esperimento architettonico o un saggio sulla decorazione d’interni che si allontanava volutamente dai modelli vittoriani, ma era anche e soprattutto un’esperienza di Comune artistica volute da un gruppo operativo dinamico formato da artisti eccentrici e socialmente impegnati che oltre a Jane (che si rivela essere una finissima ricamatrice) e William Morris comprendeva anche Dante Gabriele Rossetti e Lizzie Siddal, Edward Burne-Jones e la moglie Giorgiana, Charles Faulkner e le sue sorelle Lucy e Kate e Ford Madox Brown. Artisti uniti dalla volontà di creare un’impresa artigianale che, sulle orme delle antiche corporazioni medievali, potesse competere con le industrie sul piano della qualità e dei prezzi.

Il suo voler curare ogni particolare della costruzione fa si inevitabilmente che Webb costruisca davvero poco nella sua carriera, anche se quello che ci ha lasciato e’ squisito. Sue sono anche 1 Holland Park per il pittore Preraffaellita Valentine Cameron Prinsep  (noto come Val Prinsep) West House, Cheyne Row, in Chelsea. per l’artista George Price Boyce.

Fino al 24 Aprile 2016, Philip Webb 1831-1915 al Victoria ald Albert Museum

Il libro dei bambini (The Children’s Book) A.S. Byatt

Figlia unica, dal carattere chiuso e solitario a tratti apertamente asociale e pertanto condannata (a sentire le maestre delle elementari) ad una vita solitaria, ho sempre avuto il pallino della Storia. Mi piace. Mi è sempre piaciuta. Mi è sempre piaciuto sapere il perchè e il percome delle cose, la cause e l’effetto e anche se sono sempre stata un fiasco con le date e i nomi delle battaglie, mi sarebbe piaciuto avere una macchina del tempo per saltare qua e là tra le epoche e passare un po’ di tempo, chessò, nella Roma Repubblicana tra Cicerone e Cesare e Ottaviano, nella Francia di Eleonora d’Aquitania a godermi il fior fiore della letteratura provenzale, nella Firenze di Dante e nella Mantova di Isabella d’Este. Non avendo la DeLorean di Ritorno al Futuro mi accontento del museo. Che a pensarci bene è la cosa più vicina ad una macchina del tempo. Basta avere un po’ di fantasia.

Gilded copper alloy candlestick, known as the 'Gloucester Candlestick', England, UK, early 12th century. Museum no. 7649-1861Oggi per esempio ho trascorso la giornata nell’Inghilterra della Regina Vittoria, quella dell’Estetismo, di Oscar Wilde e Aubrey Beardsley. Quella di William Morris e delle Arts and Crafts, dell’Orientalismo e dei Preraffaelliti. Mi aggiro tra le bacheche sfavillanti di gioielli e argenti Liberty, coloratissime ceramiche William de Morgan, delicati bicchieri di Philip Webb, abiti di velluto, mobili laccati in stile giapponese e mi sembra di essere uno dei personaggi del libro di A.S. Byatt che ho finito da poco di leggere e che tra le altre cose ha come protagonista anche questo museo. Basta aggirarsi al museo la mattina presto o la sera tardi per accorgersi che con le sue sterminate collezioni, il Victoria & Albert Museum è già di per se’ un luogo incantato. Ma nel libro lo diventa in tutto e per tutto.

220px-TheChildrensBook Qui, tra le infinite sale del museo di South Kensington, la scrittrice di libri per l’infanzia Olive Wellwood viene con i suoi figli per trarre ispirazione per la sua nuova storia. E qui, mentre conversa con Prosper Cain, curatore del museo, nota la misteriosa figura di un ragazzo intento a disegnare il candelabro di Gloucester, uno dei miei oggetti preferiti. Realizzato per la cattedrale di Gloucester all’inizio del XII secolo, è uno degli oggetti più rappresentativi della storia dell’arte inglese la cui ricca decorazione di fogliame dorato rivela piccole figure umane si muovono verso l’alto, impegnate in una lotta disperata con mostri spaventosi mentre cercano di raggiungere la luce della candela, simbolo di Dio

È il 1895 e da questo semplice episodio parte un romanzo che, attraverso le vicende di quattro famiglie e di molti altri personaggi, porta il lettore fino alla Prima Guerra Mondiale. Una miriade di personaggi ‘secondari’ circondano i Wellwood di Todefright, tra cui quella dello stravagante artista vasaio Benedict Fludd, il cui personaggio è modelato su quello del ceramista del rinascimento francese Bernard Palissy, mentre innumerevoli piccoli cammei sono dedicati anche a personaggi storici come William Morris e Oscar Wilde, ammalato e distrutto dopo essere uscito dal carcere e prossimo alla morte (avvenuta nel 1900), e ancora le suffragette, G. B. Shaw, Virginia Woolf e James Barrie, il ‘padre’ di Peter Pan.

Un periodo eccezionale quello, nel bene e nel male. Ora più che mai mi chiedo chissà cosa rimarrà di questa nostra epoca. Ai posteri l’ardua sentenza…

2016 ©Paola Cacciari

L’epoca edoardiana. Ovvero: fuga nella bellezza

Con l’ascesa la trono di Edoardo VII il 22 Gennaio del 1901, l’Inghilterra si trasforma da un giorno all’altro. A sessant’anni il re non era più un ragazzino e grazie all’ostinato rifiuto della Regina Vittoria, sua madre, di coinvolgerlo negli affari di stato, a “Bertie” (com’era noto in famiglia – il suo vero nome era Albert Edward) non era rimasto altro che attendere pazientemente il suo turno al timone della nazione ingannando l’attesa tra viaggi, cavalli, amanti e amicizie non proprio raccomandabili. Non sorprende pertanto che l’atteggiamento a dir poco “epicureo” del sovrano abbia contribuito a creare quell’immagine dell’epoca edoardiana come età romantic, fatta di lunghi pomeriggi estivi, di ricevimenti all’aperto, di partite di tennis e pedalate in campagna; di donne eleganti che indossano immacolate pettorine di pizzo e acconciature rigonfie che incorniciano il viso e da uomini in paglietta e ghette. Un’immagine che sembra uscita da un quadro di John Singer Sargent (1856-1925), non a caso il più grande ritrattista dell’epoca edoardiana, e che pur non essendo falsa (quella di Edoardo VII fu davvero un’ età di piacere e di opulenza) non racconta tuttavia l’intera storia.

John Singer Sargent- Group with Parasols, c.1904–5. Copyright: Private collection
John Singer Sargent- Group with Parasols, c.1904–5. Copyright: Private collection

Quello a cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo fu un periodo di grande transizione in cui passato e futuro vanno di pari passo in modo quasi schizzofrenico. Ma l’ottimismo della Bell’Epoque che già cominicia a sostituirsi alla severità vittoriana a partire dagli anni Settanta dell’Ottocento, è superficiale e nasconde in realtà potenti forze sotterranee che minano dal profondo la struttura della società. Questi sono gli anni del socialismo, dei diritti del lavoratori e del movimento per il suffragio femminile. Ma soprattutto, questi sono anni caratterizzati da un profondo vuoto religioso che viene ansiosamente riempito da “culti” alternativi.

Il culto dell’Impero era uno di questi. Il successo e la longevità dell’Impero britannico sono da attribuirsi principalmente alla (quasi) “superomistica” convinzione che la sobrietà e rettitudine morale che lo caratterizzavano, rendessero il modello di vita britannico, superiore a quello di altri paesi e che per questo tale modello fosse degno di essere esportato nel mondo. Il culto dell’Impero vede il sostituirsi ai luoghi classici del Grand Tour europeo l’India misteriosa, l’Africa nera e la lontana Australia, mentre la musica di Edward William Elgar (1857-1934), i romanzi esotici di Rudyard Kipling (1865-1936) e l’imponente architettura di Sir Aston Webb (1849-1930) ne gridano al mondo l’impegno e le virtù civili. Ma con la superficie dell’Impero cresce anche l’isolamento intellettuale della Gran Bretagna, che mai come in questo periodo guarda con sospetto a tutto quanto viene dall’Europa, sopratutto se francese.

1.Napoleon Sarony – Oscar Wilde- 1882 - National Portrait Gallery, London
Napoleon Sarony – Oscar Wilde- 1882 – National Portrait Gallery, London

Coloro che rispondono al richiamo del Continente, come Oscar Wilde (1854-1900) e Aubrey Beardsley (1872-1898), sono additati come esempi viventi di depravazione e decadenza. Benvenuti nel mondo dei figli del Decadentismo, gli esteti, coloro che non hanno altro dio all’infuori della Bellezza.

Sarà proprio profondo malessere sociale che attraversa la società britannica a cavallo tra i due secoli una delle cause principali della nascita dell’Estetismo. Colpa del diritto di voto (almeno per gli uomini e solo se borghesi…) che aveva allargato la società e sfumato le tradizionali barriere che separavano le classi sociali. Con l’avvento della “cultura di massa” promossa dalla società vittoriana, le arti che prima erano predominio di un ristretto circolo di pochi eletti, erano diventate accessibili (sebbene in forme diverse) anche al popolino della working class. A questo si aggiunse l’avvento delle ferrovie che aveva reso gli spostamenti facili ed economici, permettendo così persino alla classe operaia di andare in vacanza. Davanti a tanta sovversione sociale, agli aristocratici e agli artisti non restano cose come che il “gusto” e lo “stile” per continuare a distinguersi dagli strati inferiori della società.

Artist Frederic, Lord Leighton – Pavonia- 1858-59 © Private Collection co Christie
Frederic, Lord Leighton – Pavonia- 1858-59 © Private Collection c/o Christie‚

Dice la leggenda che quando i suoi occhi si posano sulla volgare carta da parati che decorava la squallida stanza del suo albergo di Parigi, il morente Oscar Wilde abbia sospirato: “La mia carta da parati e io abbiamo ingaggiato un duello all’ultimo sangue – uno di noi deve andarsene.” In un mondo come quello dell’Estetismo, che ha come religione la bellezza e come motto “Art for art’s sake”, anche cose come la carta da parati contavano molto. Perché, lungi dall’essere un mero stile artistico, l’Estetismo era prima di tutto uno stile di vita di Oscar Wilde era l’auto-dichiarato profeta. Gli esteti vestivano in modo flamboyant, portavano capelli lunghi e brache di velluto al ginocchio, amavano i colori sgargianti, le piume di pavone e le ceramiche giapponesi.

Tra lo sgomento del grande critico d’arte John Ruskin (1819-1900), per il quale l’arte andava di pari passo con la moralità, la pittura narrativa ed edificante che aveva caratterizzato l’età vittoriana lascia il posto alle sensuali bellezze del maturo Dante Gabriel Rossetti (1828-1882), al raffinato virtuosismo formale di Edward Coley Burne-Jones (1833-1898), alle scene di vita romana di Lawrence Alma-Tadema (1836-1912) e di Frederic Leighton (1830-1896), al colore monocromatcio e alle forme semplificate che già preannuciano le strazioni moderniste di James McNeill Whistler (1834-1903). Ironia della sorte, ciò che inizia come un esperimento privato tra un gruppo di amici residenti tra Chelsea e Holland Park, finisce con il diventare patrimonio di tutti quando, nel 1875, Arthur Liberty (1843-1917) apre Liberty & Co, il grande magazzino che prende il suo nome in Regent Street, rendendo così –paradossalmente – la bellezza alla portata di tutti.

Ma un tale cambiamento non rimane confinato alla solamente alla pittura. Per secoli relegata a lapidi, tombe e busti celebrativi, durante l’Estetismo anche la scultura si allontana dai soggetti celebrativi tipicamente vittoriani per esprimere nuove emozioni, sensazioni e una nuova spiritualità, grazie all’opera di artisti come il suddetto Lord Leighton (che oltre ad essere un fantastico pittore era anche uno scultore di tutto rispetto) ed Alfred Gilbert (1854-1934) la cui scultura più famosa è forse il piccolo Eros di bronzo che fa bella mostra di sé a Piccadilly Circus del 1893.

Liberty. London. 2014© Paola Cacciari
Liberty. London. 2014© Paola Cacciari

Diversamente da quanto era accaduto in Francia e in Russia, in Inghilterra non ci furono rivoluzioni a rompere con lo status quo. Al contrario. Invece che guardarla con sospetto, la società britannica vede l’aristocrazia come l’incarnazione stessa della cultura Britannica: un modello a cui aspirare piuttosto che distruggere. E questo ci porta ad un altro culto dell’epoca edoardiana, quello della riscoperta del glorioso passato inglese.

Iniziato nel XVIII con Horace Walpole (1717-1797), l’ossessione per il passato medievale inglese si intensifica nella seconda metà nell’Ottocento portando, oltre alle Arts and Crafts di William Morris, anche alla nascita di istituzioni come il National Trust (fondato nel 1895), volte a salvaguardare monumenti antichi. Ossessionata com’era dallo stile di vita aristocratico, la classe media non badava a spese per imitare l’aristocrazia nello sforzo di resuscitare l’età d’oro dei Tudor, con la sua eclettica architettura in mattoni rossi e travi a vista. Il fatto che quella fosse un’epoca patriarcale, gerarchica, maschilista e intrinsecamente ostile alle donne non sembrava preoccupare nessuno, se non le Suffragette.

Resta il fatto che quella edoardiana fu un’età d’oro per l’architettura domestica, con personaggi come Charles Francis Annesley Voysey (1857–1941) e Charles Robert Ashbee (1863-1942) che con la loro architettura spiccatamente originale lasciano la loro impronta non solo a Londra, ma in tutta la Gran Bretagna. Costruite per sembrare antiche, le nuove case borghesi e sono irregolari, discrete e armonicamente inserite in un paesaggio che (al contrario delle grandi country houses delle epoche Tudor ed elisabettiana) non vogliono più dominare, ma a cui vogliono appartenere. In questo nulla è più perfetto della magnifica Standen, costruita tra 1892 il 1894 da Philip Webb (1831-1915), il creatore della Red House di William Morris. Costruita per il ricco avvocato londinese James Beale e la sua famiglia, Standen è una poesia di legno e mattoni, decorata da sublimi interni Arts and Crafs; immersa nel verde della Contea del West Sussex, a circa un’ora di treno da Londra, era tuttavia fornita di ogni comfort e persino della luce elettrica!

Standen National Trust Exterior, UK - Diliff by Diliff
Standen, National Trust

Con la morte di Edoardo VII il 6 Maggio 1910 si chiude un età di opulenza e di piacere. Chissà quale strada avrebbe intrapreso l’Inghilterra se gli orrori della Prima Guerra Mondiale non avessero catapultato la Nazione nel Modernismo.

2015©Paola Cacciari

pubblicato su Londonita

Albertopolis e la nascita del Victoria and Albert Museum

Era il 1876 quando la Regina Vittoria, avvolta nel suoi abituale abito nero, inaugurava l’Albert Memorial, il monumento dedicato alla memoria del suo adorato cugino-marito, il Principe Alberto di Sassonia-Coburgo morto di febbre tifoidea nel 1861. Protetta dal gigantesco tabernacolo gotico scintillante di oro e mosaici, la statua del Principe Consorte veglia dall’alto del suo piedistallo sugli edifici di Albertopolis, l’area di South Kensington che si dipana lungo l’arteria di Exhibition Road.
Ma nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza i proventi della Great Exhibition di dieci anni prima. Con i suoi oltre sei milioni di visitatori in sei mesi, la Great Exhibition of the Works of Industry of all Nations, fu la prima esposizione universale del mondo nata per celebrare le moderne tecniche industriali. Il suo successo fu tale che chiuse i battenti con un bilancio decisamente in attivo. Tanto che, su consiglio del Principe Alberto, la Royal Commission for the Exhibition of 1851 decise di investire parte dei fondi nell’acquisto di quell’area di terreno che vedrà la nascita nel cinquantennio successivo di istituzioni come l’Imperial College, la Royal Albert Hall, il Royal College of Art e il Royal College of Music, la Royal Geographical Society e il Royal Institute of Navigation, oltre ad uno tra i più formidabili complessi museali della di tutti i tempi. Tale area, ancora oggi affettuosamente soprannominata Museumland, ospita lo Science Museum, il Natural History Museum e quello che porta il nome del Principe Consorte, il Victoria and Albert Museum.

VA exterior©Victoria and Albert Museum
VA exterior © Victoria and Albert Museum

E giustamente. Che senza il suo cruciale contributo e la sua dedizione alla causa dello sviluppo economico britannico, la grande esposizione non sarebbe mai avvenuta e senza di essa quella grotta di Ali Babà che è l’odierno V&A non sarebbe mai esistito. E sarebbe stato un vero peccato.
Il fatto è che siamo talmente abituati ad averlo a portata di mano questo complesso di grandi musei che si tende a dimenticare che non sono sempre stati lì e che, anzi, la loro presenza è un’aggiunta relativamente recente al panorama culturale e architettonico della Capitale. Basta guardare qualche vecchia mappa catastale infatti, per realizzare che ancora nella prima metà del XIX secolo questa parte di Londra che si estendeva al Sud di Hyde Park era relativamente disabitata. Anche se, dopo la Great Exhibition, le cose sarebbero cambiate non poco…

Fondato nel 1852 con il nome di Museum of Manufactures poi ribattezzato South Kensington Museum nel 1857, il Victoria and Albert Museum è, tra quelli di Museumland, il più vittoriano dei tre, quello che più di tutti simbolizza le conquiste della rivoluzione industriale. A cominciare dal suo nucleo originale, costituito di una struttura architettonica in vetro e ferro tipica dell’ingegneria del periodo e soprannominata “Brompton Boilers” – struttura che, divenuta obsoleta con l’ingrandirsi delle collezioni, fu prontamente smontata e trasportata nell East End di Londra, a Bethnal Green, dove ancora oggi fa bella mostra di sé (sebbene ricoperta di mattoni) nel Museum of Childhood, anche’esso parte del V&A).
Una figura chiave per la realizzazione della visione del Principe Alberto fu Sir Henry Cole (1808-1882), il primo direttore del V&A. Piccolo, basso e con una criniera di capelli bianchi, e con il suo adorato cagnolino perennemente al seguito, Cole non era nuovo ad imprese di questo tipo: nel 1847 infatti aveva già provato a riformare il gusto popolare con la fondazione di un’azienda, la Felix Summerly Art and Manufactures che trent’anni prima di William Morris e delle Arts and Crafts voleva produrre oggetti di buona qualità a prezzi modici. Il sogno di Henry Cole era quello di educare il grande pubblico, oltre ad artigiani, artisti, studenti, e sin dall’inizio il V&A fu la prima istituzione ad offrire un’educazione all’arte e al disegno. Tale era la sua determinazione ad “educare” il gusto locale con la creazione di nuove gerarchie estetiche, che il nostro Henry arrivò persino ad organizzare una mostra chiamata “False Principles of Decoration” in cui, come dice il nome stesso, buoni e cattivi principi di decorazione e di design erano messi a confronto. Inutile dire che questo non gli valse le simpatie degli artigiani locali, che sentendosi ingiustamente accusati, protestarono al punto tale che la mostra dovette chiudere dopo due settimane!
Henry Cole voleva permettere a progettisti e designers britannici di accedere a diverse tipologie di oggetti d’arte e prodotti dell’industria manifatturiera provenienti dal continente, così da riformare il gusto nazionale vittoriano. Fornendo esempi di artigianato locale attentamente selezionati, voleva creare un’esposizione di oggetti bellissimi e altamente istruttivi che liberassero l’industria manifatturiera britannica dal complesso di inferiorità che esisteva nei confronti di paesi come l’Italia e la Francia. Ma non solo: Cole voleva educare la working class britannica rendendo possibile l’accesso al museo gratis per tre giorni la settimana e una sera. Il direttore infatti era dell’idea che l’apertura serale del museo fornisse un potente antidoto al pub. Vero o no, Cole fu un pioniere anche in questo, visto che tutti i musei di Londra al giono d’oggi offrono una late view generalmente il venerdì sera…

The Renaissance City©Victoria and Albert Museum
The Renaissance City©Victoria and Albert Museum

L’educazione del grande pubblico all’arte e alla bellezza in un’epoca in cui solo una minoranza privilegiata di persone poteva permettersi di viaggiare, unito al fatto di offire agli studenti d’arte la possibilità di disegnare gli esempi migliori di arte classica e rinascimentale, fu l’ispirazione dietro la nascita delle Cast Courts. In queste due magnifiche sale è ospitata la raccolta di calchi in gesso del museo (la maggior parte dei quali furono eseguiti tra il 1867 e il 1873) e che riproducono a grandezza naturale alcune delle più importanti opere scultoree italiane: dal Davide di Michelangelo, donato alla Regina Vittoria dal Granduca di Toscana (e per il quale si rese necessario commissionare nel 1857 una foglia di fico rimovibile di circa mezzo metro per evitare alla Regina Vittoria il trauma della nudità della statua, ora opportunamente esposta nella teca vicina…) al portale maggiore della Basilica di San Petronio della (mia) Bologna e alla Colonna di Traiano che per ragioni di spazio ha dovuto essere spezzata in due – e molte altre provenienti da tutta Europa. E se la raccolta di copie in gesso non fu una prerogativa solo del V&A, quella del museo di South Kensington è certamente rimasta unica nel suo genere, dato che il destino di molte collezioni europee fu quello di essere distrutte ad un certo punto del XX secolo, quando queste opere erano considerate una brutta copia degli originali, anziché un esempio importante del gusto di un epoca.

Il labirintico edificio che oggi si presenta agli occhi del visitatore moderno è il risultato di interventi architettonici diversi avvenuti in periodi diversi ad opera di architetti diversi – Francis Fowke, Henry Scott Young e Sir Aston Webb. La parte orientale, costruita tra il 1856-58, è la più antica, seguita dall’ala occidentale nel 1864 e dalla settentrionale tra il 1865-69. La National Art Library che chiude il grande cortile-giardino interno, il cosidetto Quadrangle costruito in stile rinascimentale Lombardo e concepito per essere la facciata principale del museo, risale al 1877-84. L’attuale facciata principale si deve ad Aston Webb che la costruì tra il 1899 e il 1909 ed è lunga circa 210 m.

The John Madejski Garden
The John Madejski Garden

Artisti e designer dell’epoca come le star dei Preraffaelliti Holman Hunt e Ford Maddox-Brown furono invitati a partecipare alla decorazione del museo. E se i due finirono con il non produrre nulla, Lord Frederic Leighton (quello di Leighton House) creò la serie di spettacolari affreschi che ancora oggi si possono ammirare nel Leighton Corridor, mentre il sempre intraprendente William Morris inaugurerà una lunga partnership con il museo non solo come artista, ma anche come consulente artistico; fu proprio lui infatti, a consigliare al comitato per l’acquisizione delle opere d’arte, un oggetto come il famoso tappeto Ardabil che si può ammirare nella sala del Medio Oriente.
Certo, il direttore un museo moderno oggigiorno non si sognerebbe di annegare le opere d’arte in esposizione in un mare di scintillanti mosaici e altrettanto scintillanti vetrate. Ma questa era la norma in un’epoca come quella vittoriana in cui gli edifici pubblici come tribunali, teatri, banche e musei erano dotati di una decorazione appropriate al ruolo che ricoprivano nella società. E basta passare nelle sfavillanti Silver Galleries per constatare di persona come gli artisti ed architetti ingaggiati da Cole non si fecero pregare per produrre una decorazione degna di un palazzo reale!

Certo una sala adeguata si dovette costruire per ospitare uno dei gioielli del V&A, i cartoni di Raffaello, il cui viaggio dai laboratori tessili di Brussels al museo di South Kensington fu lungo e tortuoso. Dopo la tessitura degli arazzi per la Cappella Sistina, i cartoni vagarono da un laboratorio all’altro prima di finire a Genova, dove furono acquistati nel 1623 dal principe ereditario inglese, il futuro Carlo I Stuart, per la manifattura di Mortlake. Dopo l’esecuzione del re, i cartoni furono acquistati poi da Oliver Cromwell e immagazinati alla Banqueting House per tornare in possesso della Corona inglese solo dopo la Restaurazione quando, su incarico di Guglielmo III che desiderava esporli, furono ricomposti, incollati su tela e restaurati. Il Re commissionò anche al grande architetto Sir Christopher Wren (quello di St Paul’s Cathedral per intenderci) una sala apposita ad Hampton Court, dove restarono fino 1865, quando furono trasferiti al V&A per volere della Regina Vittoria, dove sono da allora in prestito permanente.

William Morris room©Victoria and Albert Museum
William Morris room ©Victoria and Albert Museum

Le collezioni del V&A sono suddivise in undici dipartimenti e sono esposte in 146 gallerie distribuite su sei piani sfalsati. E se il fatto che ci siano 7 miglia (o 11 km) di sale nel museo è una leggenda metropolitana più o meno credibile (vista la tortuosa vastità dell’edificio sono più propensa a credere alla verità della leggenda che non al suo contrario…), è certamente vero che il sito su cui sorge il Museo occupa 12 acri di terreno e le sue collezioni comprendono al momento della redazione di questo articolo 2,278,183 di oggetti. E in questa carrellata di tesori che vanno dai coniglietti di Beatrix Potter al Great Bed of Ware, il gigantesco letto a baldacchino del XVII secolo citato da Shakespeare ne La Dodicesima Notte, dalle sculture policrome vittoriane ai capolavori di Bernini, Canova e Rodin, dai cieli tempestosi di Turner e Constable ad una delle più ricche ed importanti collezioni di vetro e ceramica al mondo, è impossibile non restare affascinati dalla multiforme varietà degli oggetti esposti e dai materiali e dalle tecniche che li formano e che rappresentano il gusto, le passioni estetiche, le mode, gli stili – il modo di vivere insomma – di ogni classi sociale dal mondo greco-romano ai nostri giorni.
E allora armatevi di mappa, di scarpe comode e … buona visita!

2016 © Paola Cacciari

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Victoria and Albert Museum
Cromwell Road
London SW7 2RL
vam.ac.uk
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Il culto della bellezza: dai Preraffaelliti alle Arts and Crafts

Nel 1853 la Confraternita dei Preraffaelliti era già sul viale del tramonto. William Holman Hunt, il più spirituale del gruppo, aveva preso a trascorrere sempre più tempo in Terra Santa, mentre John Everett Millais era diventato uno dei pittori più famosi del periodo e una personalità della Royal Academy. Liti, antagonismi personali, scandali e semplici cambiamenti di rotta stilistici avevano fatto il resto. Ma la stella di Dante Gabriel Rossetti (1828-1882) non aveva mai brillato così luminosa. Lo scandalo seguito all’annullamento del matrimonio di John Ruskin (1819-1900) con Effie Gray (che poi sposa Millais) infatti, aveva fatto sì che il grande critico trasferisse il suo ruolo di pigmalione dal suo precedente protetto Millais al pittore e poeta anglo-italiano. E con la sua fortuna, rinascono in Rossetti la vecchia energia dei primi tempi della Confraternita e il desiderio di creare, ispirare e guidare. Ma come ben si sa, ad un leader occorrono dei seguaci. E Rossetti li trova in due giovani ex-studenti di teologia di Oxford: William Morris (1831-1896) e Edward Coley Burne-Jones (1833-1898).

Frederick_Hollyer_Edward_Burne-Jones_and_William_Morris_1874Conosciutisi all’università nel 1853, i due erano diversi come il giorno e la notte. Nato a Walthamstow, al Nord di Londra da una famiglia della ricca borghesia il primo, e figlio di un modesto corniciao di Birmingham il secondo, Morris e Burne-Jones condividono la passione per il Medioevo, la poesia e l’architettura gotica e l’odio per la rivoluzione industriale e la modernità. Conquistati dalle antiche storie di cavalieri narrate nella Morte d’Arthur di Malory e dalle poesie di Tennyson, avevano dipinto episodi del ciclo di Re Artù sulle pareti della Debating Hall e in una Oxford pervasa dal risveglio cristiano, avevano sognato di dare vita ad una nuova comunità monastica. Nella città universitaria inglese i due giovani vengono a contatto con il pensiero di John Ruskin che, supponente e puritano qual’era, era tuttavia il più grande esponente della critica d’arte dell’epoca e, tramite Ruskin, con l’opera del suo protetto, Rossetti che, sebbene invecchiato non aveva perso nulla del suo fascino. Sedotti dal carisma del fondatore dei Preraffaelliti, Morris e Burne-Jones decidono di abbandonare le velleità monastiche e di dedicarsi all’arte. Arrivati a Londra nel 1856, i due si trasferiscono nella vecchia soffitta affittata anni prima da Rossetti al n. 17 di Red Lion Square, nel quartiere di Bloosmbury e sulle tracce del loro maestro, cominciano la loro vita di artisti.

Jane Morris, photographed by John R  Parsons, 1865 © Victoria and Albert Museum
Jane Morris, photographed by John R Parsons, 1865 © Victoria and Albert Museum.

Ma poi William Morris si innamora di Jane Burden (1839-1914) e le cose inevitabilmente si complicano. Pallida, alta e dalla folta chioma corvina, Jane era la diciassettenne figlia di uno stalliere di Oxford scoperta per caso da Rossetti nel 1857 che la nota fuori da un teatro. Rossetti, che con Morris era impegnato nella decorazione dell’Oxford Union Library, è affascinato dall’aspetto esotico della giovane e ne fa la sua modella. Jane è completamente infatuata dal fascino bohémien del maturo Rossetti, ma quest’ultimo allora fidanzato con l’artista e musa dei Preraffaelliti, Elizabeth Siddal (1829-1862) sua compagna dal 1850, non sembra ricambiarla con la stessa intensità e terminati gli affreschi, la lascia per fare ritorno a Londra lasciando Morris padrone del campo.

Robusto e impacciato, William Morris non annoverava tra i suoi numerosi talenti il successo con le donne e, perdutamente innamorato di Jane, non crede alle sue orecchie quando le chiede di sposarlo e lei accetta. Ma Jane, anche se molto giovane, è una donna pratica e tra le astratte promesse di Rossetti e la solida ricchezza di Morris preferisce la seconda. I due si sposano 1859 e nel 1960 si trasferiscono nella nuova casa che Morris aveva fatto costruire all’amico architetto Philip Webb (1831-1915) come dono di nozze a Jane: la Red House.

Red House by Paola Cacciari (2)
The Red House, Bexleyheath. London © Paola Cacciari

E qui bisogna fare un passo indietro. L’Inghilterra della seconda metà del XIX secolo era una realtà in grande fermento. L’industrializzazione e la crescita urbana che l’aveva seguita, portano alla costruzione di case più confortevoli e ad una crescente domanda di oggetti di arredamento (mobili, tappeti, tende, e carta da parati) da parte di un ceto medio borghese ansioso di affermare il proprio status nella società. Con la potenza della sua retorica Ruskin dice alla nascente classe media vittoriana cosa guardare e come guardarlo. Nel suo The Stones of Venice Ruskin attacca la società industriale e incoraggia il revival dello stile Gotico come esempio di un’epoca profondamente religiosa a e morale, influenzando con il suo pensiero un gruppo di intellettuali progressisti (tra cui lo stesso Morris) che negli anni Sessanta del XIX secolo cominciarono a sviluppare idee nuove e radicali sul design. Perché oltre ad essere poeta, autore e ambientalista, Morris è anche un attivista politico, un socialista che opponendosi alla volgarità della produzione industriale, vuole portare la bellezza alle masse. Ha idee politiche chiare e si rende conto che nel clima sociale dell’epoca la questione dell’arte deve essere posta come una questione storica. Ispirato dalle idee di Karl Marx (1818-1883), Morris vuole restiture un valore estetico al lavoro dequalificato dell’industria, trasformando l’operaio in un artista e il suo lavoro quotidiano in un’opera d’arte.

William Morris, photographed by Frederick Hollyer in 1884. Photograph © National Portrait Gallery
Burne-Jones with William Morris, 1874, by Frederick Hollyer.

Deciso a passare all’azione e a mettere in pratica le sue idee, Morris comincia con il commissionare all’amico architetto Philip Webb la casa dei suoi sogni. Costruita in mattoni rossi (da cui il nome) la Red House esiste ancora oggi nel sobborgo di Bexleyheath, un anonimo villaggio nella contea del Kent a circa mezz’ora di treno da Londra; circondata dalle case dei pendolari che hanno colonizzato la campagna circostante e che fanno la spola quotidianamente con la Capitale come un tempo aveva fatto lo stesso Morris, la casa è ora nelle mani amoreoli del National Trust ed è aperta al pubblico.

dante-gabriel-rossetti-self-portrait © National Portrait Gallery, London
Dante Gabriel Rossetti, Self-portrait © National Portrait Gallery, London

Con le sue torrette, soffitti con travi a vista e saloni medievali e immersa nel verde della campagna circostante, tra orti e frutteti, la Red House non era solo un esperimento architettonico o un saggio sulla decorazione d’interni che si allontanava volutamente dai modelli vittoriani, ma era anche e soprattutto un’esperienza di Comune artistica volute da un gruppo operativo dinamico formato da artisti eccentrici e socialmente impegnati che oltre a Jane (che si rivela essere una finissima ricamatrice) e William Morris comprendeva anche Dante Gabriele Rossetti e Lizzie Siddal, Edward Burne-Jones e la moglie Giorgiana, Charles Faulkner e le sue sorelle Lucy e Kate e Ford Madox Brown. Artisti uniti dalla volontà di creare un’impresa artigianale che, sulle orme delle antiche corporazioni medievali, potesse competere con le industrie sul piano della qualità e dei prezzi.

Ma la sua passione per il Medioevo non impedisce a Morris di essere in piena sintonia con il suo tempo e di fare della sua missione nella vita la riforma delle arti applicate producendo oggetti di qualità che fossero esteticamente belli, oltre che utili. Missione riassunta nella regola d’oro del movimento da lui creato, le Arts and Crafts (“arti e mestieri”): “Non abbiate nulla nelle vostre case che non sappiate essere utile o crediate essere bello.” Deciso a fare di uno stile artistico uno stile di vita, William Morris fonda, nel 1861 con Faulkner e Marshall, la Morris, Marshall, Faulkner & Co. (che diverrà nel 1870 la Morris & Co.) l’azienza artigianale nata dall’esperienza della Comune artistica della Red House che con la sua forte componente collaborativa e anti-industriale ha lo scopo di recuperare lo spirito degli artigiani medievali.

Acanthus' wallpaper 1874 © Victoria and Albert Museum
Acanthus’ wallpaper 1874 © Victoria and Albert Museum.

La Firm, come l’impresa viene soprannominata, produce carte da parati, tappeti, arazzi, mobili, gioielli, metalli lavorati, generando una vera e propria rivoluzione del gusto. Oltre a Faulkner e Marshall, Morris coinvolge nel progetto anche altri dei suoi amici artisti, tra cui lo stesso Rossetti che crea mobile che poi dipinge con motivi presi dai racconti di Chaucer e con scene arturiane (oltre a ritrarre ossessivamente Jane Morris, con cui, dopo la morte di Lizzie Siddal, riprende una relazione che durerà più o meno ininterrottamente fino alla morte del pittore nel 1882) e Burne-Jones, che sarà uno dei pilastri dell’azienda e le cui vetrate dipinte e coloratissimi arazzi forniranno a questo pittore così incredibilmente lento e pignolo il denaro necessario per dedicarsi alla sua pittura.

E se le idee di Morris andranno ad ispirare le generazioni artisti e designer successivi – da Eric Gill al ceramista Bernard Leach, fino ad arrivare al guru dellla decorazione d’interni del XX secolo, Terence Conran – l’importanza di Burne-Jones va ben oltre la cerchia morrisiana. Sull’esempio di Rossetti che già dal 1860 aveva spostato la sua attenzione dai soggetti storici e letterarai alle lussureggianti bellezze dalle labbra carnose e sensuali per cui è diventato famoso, anche Burne-Jones trasporta la sua arte in un mondo di pura bellezza, fatto di soffici armonie formali, di linee sinuose e di colori tenui. Liberata dalle istanze religiose del primo preraffaellistismo, l’arte di Burne-Jones non ha altro fine se non l’arte stessa. La strada dell’Estetismo è spianata.

 

By Paola Cacciari

articolo pubblicato su Londonita

 

Per William Morris e le Arts and Crafts visitate:

The William Morris Gallery www.wmgallery.org.uk/

Victoria and Albert Museum www.vam.ac.uk

Red House Lane, Bexleyheath, DA6 8JF, www.nationaltrust.org.uk

020 8304 9878. Info:  redhouse@nationaltrust.org.uk

 

Un italiano a Londra: Dante Gabriel Rossetti e la Confraternita dei Preraffaelliti

Anno importante il 1848. In tutta Europa i semi del mondo moderno stavano a poco a poco germogliando, rompendo la corteccia secca delle vecchie istituzioni. Parigi insorge, seguita a breve da Italia, Ungheria e Polonia. Luigi Filippo d’Orleans, timoroso di finire come i suoi predecessori Luigi XVI e Maria Antonietta, abdica in tutta fretta rifugiandosi in Inghilterra, che fino ad allora era stata risparmiata dal vento rivoluzionario della Primavera dei Popoli.

Inutile dire che l’arrivo del monarca francese nell’Inghilterra della Regina Vittoria, allora all’apice della sua potenza economica e culturale, gettò il Paese in uno stato di grande agitazione. E in nessun luogo tale sentimento era più evidente che a Londra, dove la vita era dura per la crescente working class. Decimata dalle epidemie e oppressa dalla disoccupazione, la classe operaria della Capitale aveva cominciato ad alzare la voce. E qualcuno era pronto ad ascoltare.

È nello spirito rivoluzionario degli eventi del’48 che nasce la Pre-Raphaelite Brotherhood, la Confraternita dei Preraffaelliti. Tre giovani studenti d’arte di età compresa tra i diciannove e i ventuno anni, William Holman Hunt (1827-1910), John Everett Millais (1829-1896) e Dante Gabriel Rossetti (1828-1882) sentono che il classicismo imbalsamato dell’Accademia incarnato da Joshua Reynolds non li rappresenta, almeno non più. Vogliono trovare un modo nuovo con cui esprimere i contrasti sempre più profondi di una società che sta cambiando (non per nulla la confraternita si forma nello stesso anno in cui Marx ed Engels proprio a Londra pubblicano il Manifesto del Partito Comunista…). Vogliono dipingere ciò che vedono e come lo vedono. Imbevuti dalla passione romantica per la storia e la letteratura, attingono a piene mani da Dante, Chaucer e Shakespeare per i loro soggetti. La loro era un’arte intensamente spirituale, in cui in ogni oggetto rappresentato era intessuto un pensiero profondo. Rispondendo all’appello lanciato dal grande critico John Ruskin (1819-1900) nel suo saggio Modern Painters, i nostri eroi guardano “verso la Natura con tutta la sincerità del cuore.” Il risultato è una serie di immagini incredibili, in cui ogni filo d’erba, ogni pietra, ogni fiore (resi con il colorismo acceso e la luminosità delle vetrate dipinte) sono perfettamente riconoscibili.

John Everett Millais, Ophelia 1851-2 Tate
Sir John Everett Millais, Christ in the House of His Parents 18549-50 © Tate, London

Ma non tutti sono conquistati dal questo nuovo iper-realismo: Charles Dickens trovò così offensivo Christ in the House of His Parents (1850), in cui Millais rappresenta la Sacra Famiglia come persone comuni della working class, che da quel momento fece della distruzione della credibilità della Confraternita la sua nuova missione nella vita. Fortunatamente per loro, i Preraffaelliti avevano in Ruskin un inaspettato difensore e promotore. Almeno fino a quando lo scandalo seguito all’annullamento del suo matrimonio (mai consumato) con Effie Gray (che poi sposa Millais) mette a dura prova le lealtà degli appartenenti alla Confraternita…

Sono narratori fantastici questi Preraffaelliti, come scelgono di chiamarsi in omaggio alla semplicità dell’arte medievale, quella prima di Raffaello. Ma non facciamoci trarre in inganno dal nome: con la loro vita irriverente e anticonformista, tutta sesso, droga e (in mancanza del Rock and roll…) adulterio, Hunt, Millais e soprattutto Rossetti infransero praticamente tutti i tabù morali e di classe della rigida società borghese. Benvenuti nel lato oscuro dell’epoca vittoriana…

Madri, mogli o amanti, madonne o borghesi, eroine shakespeariane come l’Ophelia (1851-2) di Millais o prostitute redente come il personaggio di The Awakening Conscience (1853) di Hunt, le donne sono le protagoniste del movimento. Donne-donne fatte di carne e sangue, lontane anni luce dall’immagine delicata del XIX secolo. E donne straordinarie furono attirate nell’orbita della Confraternita grazie anche (e soprattutto) al fascino di Rossetti. A partire dalla tragica Elizabeth Siddal (1829-1862) lei stessa brillante artista e pupilla di Ruskin, compagna di Rossetti dal 1850 (che riesce a non sposarla fino al 1860) e morta suicida per un’overdose di laudano, la cui magnifica chioma rossa ne fece la modella preferita dei Preraffaelliti; la bionda e carnosa Fanny Cornforth, che sostituisce Lizzie nel cuore di Rossetti, oltre che nel suo letto e nella sua casa di Cheyne Walk, in Chelsea, dove era anche la domestica; e infine lei, Jane Burden (1839-1914), moglie dell’amico William Morris, musa, amante e ossessione fino alla fine.

The Day Dream Victoria and Albert Museum
Dante Gabriel Rossetti, The Daydream 1880 © Victoria and Albert Museum, London

Non si era mai visto nulla di simile nel mondo dell’arte: non sorprende pertanto che la rigida società vittoriana non li amasse. I loro dipinti, come a loro vita, erano troppo e troppo apertamente fuori dagli schemi. Ma ai Preraffaelliti questo non interessava: quello che volevano era rappresentare il mondo in cui vivevano tutti i suoi aspetti e le sue ipocrisie, con i suoi eroi e villani e utilizzando un realismo che rasentava la pedanteria. Nella loro pittura ci sono tutte le contraddizioni di una società in bilico tra un passato agricolo e un futuro industriale. Nel suo epico Work (1852-63) Ford Maddox-Brown (1821-1893), preraffaellita part-time da sempre alla periferia della Confraternita, fa entrare la totalità del mondo vittoriano in una singola immagine. Pare di leggere un romanzo di Dickens o di Thomas Hardy. Ma in technicolor.

dante-gabriel-rossetti-self-portrait © National Portrait Gallery, London
Dante Gabriel Rossetti, Self-portrait 1847 © National Portrait Gallery, London

Pittore, poeta, traduttore e co-fondatore della Confraternita, Dante Gabriel Rossetti è forse il più famoso dei Preraffaelliti. La sua vita, piena di gesti teatrali come quello di seppellire le sue poesie inedite nella bara della moglie Lizzie Siddal nel 1862, solo poi per cambiare idea qualche anno più tardi e dissotterrare il tutto (moglie compresa) per recuperarle, sembra uscita dalle pagine di un romanzo. Ruskin, che lo conosceva bene, disse che Rossetti “non era un inglese, ma un grande italiano tormentato nell’Inferno di Londra.” Un’affermazione che non era poi cosi lontana dalla verità in quanto Rossetti dimostra sin dalla tenera età una profonda consapevolezza della sua eredità culturale. Figlio di Gabriele Pasquale Giuseppe Rossetti (1783-1854), intellettuale napoletano costretto all’esilio per il suo appoggio ai moti del 1820 e dell’italo-inglese Frances Polidori, il giovane Dante non dubita mai di essere destinato a diventare un artista di qualche tipo. Ma al contrario di Millais e Hunt che nascono e restano pittori, Rossetti oscilla per anni sul cosa fare “da grande”, traducendo nel frattempo in inglese la Vita Nuova del suo (più famoso) omonimo Dante, che aveva adottato come modello artistico. E indeciso se diventare un pittore o un poeta, lui diventa entrambi.

È difficile stabilire quando esattamente la Confraternita cessò di esistere: il gruppo di amici formato da Millais, Hunt, Rossetti, Maddox Brown e Ruskin ha una vita relativamente breve. Già nel 1855, a soli sette anni dalla sua solenne fondazione, lo spirito comunitario della Confraternita era già bello che finito. Holman Hunt, il più spirituale del gruppo, prese a trascorrere sempre più tempo in Terra Santa; liti, antagonismi personali, scandali e semplici cambiamenti di rotta stilistici fecero il resto. Rossetti che, a differenza di Hunt e Millais, mostrò sempre uno scarso interesse per la Natura preferendo soggetti storici e letterari (meglio se italiani), già dal 1860 aveva spostato la sua attenzione sulle lussureggianti bellezze dalle labbra carnose trasudanti sensualità che tutti conosciamo. Il decorativismo intenso e i colori accesi di questi dipinti esaltanti la bellezza fine a se stessa ebbero una profonda influenza sullo sviluppo della seconda fase del ‘preraffaellitismo’ (quello di William Morris e Edward Burne-Jones) e dell’Estetismo. Ma questa è un’altra storia.

Paola Cacciari

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Venere torna a casa: l’ossessione vittoriana di Pérez Simón a Leighton House

Mosaici scintillanti, ceramiche blu cobalto, sete, piume di pavone e donne bellissime. No, non si tratta di una pagina de Le mille e una notte, ma di Leighton House, la casa-studio del pittore e scultore vittoriano Frederic Leighton (1830–1896).
Nascosta tra Kensington High Street e Holland Park, nella zona Ovest di Londra, Leighton House Museum non è solo una casa, ma una vera e propria opera d’arte. Egli stesso un eminente esponente dell’Estetismo, (il movimento artistico nato tra 1870 e il 1900 da una costola del Decadentismo e promotore della filosofia dell’arte per l’arte, che vantava tra i suoi adepti personaggi come Oscar Wilde e Aubrey Beardsley) non sorprende che scelga di decorare la sua abitazione secondo i dettami dell’Arts and Crafts di William Morris e dell’Orientalismo che impazzava  sul finire dell’Ottocento.

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Lawrence Alma Tadema, The Roses of Heliogabalus, 1888, Oil on canvas, The Pérez Simón collection, Mexico ©Studio Sébert Photographes

 

Sebbene già prima di Napoleone Gentile Bellini e Paolo Veronese avessero dipinto soggetti di sapore esotico, l’Orientalismo è essenzialmente un fenomeno del XIX secolo. Sulle orme di isolati avventurieri romantici come il poeta George Gordon Byron, gli artisti dell’epoca mossi dal fascino per l’esotico, si spingevano con il Grand Tour sino alle regioni balcaniche, allora dominate dall’Impero Ottomano. Il miglioramento dei trasporti fece il resto e grazie all’invenzione della macchina vapore la presenza di artisti occidentali in Medio Oriente aumentò in modo considerevole. Come di norma per un artista (e perlopiú uno ricco come lo era lui) anche Leighton viaggiò molto e molto lontano e il risultato si può vedere nella preziosa Arab Hall disegnata da George Aitchison tra il 1877 e il 1879 e ispirata all’architettura arabeggiante de La Zisa di Palermo, ammirata durante un passaggio in Sicilia e che ancora oggi non cessa di suscitare stupore anche nel piú scettico dei visitatori di Leighton House.
Con l’arrivo del nuovo secolo tuttavia, questo passato mitico, con le sue eroine discinte e sensuali e il suo zuccheroso sentimentalismo, passa di moda: non più oggetto di dibattito, gli artisti tardo-vittoriani furono relegati ai depositi dei musei. Ma Juan Antonio Pérez Simón, spagnolo di nascita e messicano di adozione, magnate delle telecomunicazioni e proprietario della più grande collezione privata al mondo (almeno a sentire Paris Match), le ha amorevolmente collezionate a dispetto delle mode, e la sua decisione di esporne una cinquantina in Leighton House è perfetta: ancora oggi infatti, le sue stanze conservano  intatta quell’aura artistica conferitagli dagli artisti ed esteti dell’epoca, che qui si riunivano per bere, fumare e discutere sul come liberare l’arte dalla morale borghese.

Edward John Poynter, Andromeda, 1869, Oil on canvas, The Pérez Simón collection, Mexico ©Studio Sébert Photographes
Edward John Poynter, Andromeda, 1869, Oil on canvas, The Pérez Simón collection, Mexico ©Studio Sébert Photographes

 

Il risultato è A Victorian Obsession: The Pérez Simón Collection, dove la bellezza fine a sé stessa regna sovrana. Fatta eccezione per lo studio di Lord Leighton infatti, la collezione permanente del museo è stata temporaneamente rimossa per lasciare spazio ai dipinti della mostra, che può così srotolarsi in modo ininterrotto lungo le pareti gialle, rosse e verdi del museo. Qui, oltre ad opere dello stesso Leighton (cinque delle quali dipinte in questa stessa casa) come Greek Girls Picking up Pebbles by the Sea (1871) e Crenaia (1880), troviamo anche quelle di altri importanti pittori vittoriani appartenenti al suo circolo di amici e conoscenti, come Edward Burne-Jones, John Everett Millais, John William Waterhouse, Edward Poynter.

Dalla Roma decadente de Le rose di Eliogabalo (1888) di Lawrence Alma-Tadema (che manca da Londra dal 1913 e a cui è dedicata un’intera sala) alle leggende arturiane di John Melhuish Strudwick e alle eroine preraffaellite di Rossetti e Millais, gli opulenti  ambienti di Leighton House enfatizzano la luce e il colorismo brillante di questi straordinari dipinti che celebrano la bellezza femminile in tutte le sue forme.
Alla sua morte, avvenuta nel 1896 senza eredi, la casa di Lord Leighton fu venduta e il suo contenuto disperso. Dopo anni di relativo abbandono, un lungo restauro terminato nel 2010 ha permesso  al pubblico di ammirarne di nuovo gli interni in tutto il loro decadente splendore. Ed ora, dopo tanti anni di assenza, anche i dipinti di Lord Leighton e quelli dei suoi amici sono finalmente ritornati a casa. È davvero un’occasione da non perdere. Fino al 29 Marzo.

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A cura di Paola Cacciari
INFO: Leighton House Museum 12 Holland Park Road, London W14 8LZ . Tutti i giorni dalle 10 alle 17.30; chiuso il martedì. Biglietto intero £10; ridotto £6. http://www.rbkc.gov.uk/museums

Fuori dagli itinearari turistici: The Red House

Dopo il suo matrimonio con la bellissima Jane Burden, figlia di uno stalliere e icona dei preraffaelliti,  William Morris aveva messo le mani in tasca e si era deciso a spendere una cifra considerevole della sua altrettanto considerevole ricchezza (anche i socialisti possono essere ricchi…) per farsi costruire dall’amico Philip Webb la casa dei suoi sogni, la Red House.
Dal 2002 nelle mani amorevoli del National Trust, la Casa Rossa (costruita in mattoni rossi da cui il nome) esiste ancora oggi nel sobborgo di Bexleyheath, nel Kent, ora un anonimo villaggio a quaranta minuti di treno da Londra, circondata dalle case dei pendolari che hanno colonizzato la campagna circostante e che fanno la spola quotidianamente con la Capitale, come un tempo aveva fatto William Morris.

Disegnata dall’architetto Philip Webb e dallo stesso Morris, la Casa Rossa rappresentava un nuovo approccio sia alla vita che al lavoro che si allontanava volutamente dai modelli vittoriani. Torrette, soffitti con travi a vista e saloni medievali rappresentavano quello che per Morris e i suoi amici – Dante Gabriele Rossetti e sua moglie Lizzie Siddal, Edward e Giorgiana Burne-Jones, Charles Faulkner e le sue sorelle Lucy e Kate, Ford Madox Brown che erano stati chiamati a partecipare al progetto di questa Comune artistica – costituiva l’idea di “architettura moderna.”

Ma lungi dall’essere solo un progetto architettonico e un luogo in cui si sperimentavano design innovativi, la Red House fu anche, e soprattutto, un’esperienza di vita per un gruppo di artisti eccentrici e impegnati. Che oltre a Dante Gabriele Rossetti, fondatore con Millais e Holman Hunt della Confraternita dei Preraffaelliti, Morris era legato a Edward Burne-Jones da una profonda amicizia che risaliva agli anni di Oxford.

The Red House, London. 2014© Paola Cacciari
The Red House, London. 2014© Paola Cacciari

Qui, conquistati dalle antiche storie di cavalieri narrate nella Morte d’Arthur di Malory e dalle poesie di Tennyson, avevano dipinto episodi del ciclo di re Artù sulle pareti della Debating Hall e, in una Oxford pervasa dal risveglio cristiano, avevano sognato di dare vita a novelle comunità monastiche. Red House, edificata sulla strada che i pellegrini percorrevano verso Canterbury, nella visione di Morris doveva diventare una sorta di Camelot dell’Ottocento, la residenza conviviale di una comunità di amici creativi impegnati a rinnovare il mondo con un progetto personale, politico e artistico.

William and Jane Morris The Red House, London. 2014© Paola Cacciari
William and Jane Morris The Red House, London. 2014© Paola Cacciari

Una casa grande per gli standard attuali, ma molto intima per quelli dell’epoca, con i mobili disegnati da Webb e dipinti da Rossetti decorati da motivi chauceriani e scene arturiane, mentre Jane, una finissima ricamatrice, e William creano tessuti e disegni che trasferiti poi su carta saranno la base per il glorioso progetto di carte da parati di Morris. Ned e Giorgiana Burne jones dovevano abitare in un’ala ampliata della casa, e anche Rossetti e Lizzie.

William Morris, photographed by Frederick Hollyer in 1884. Photograph © National Portrait Gallery
William Morris, photographed by Frederick Hollyer in 1884. Photograph © National Portrait Gallery
Ma i sogni non durano mai molto a lungo, neanche se il sognatore si chiama William Morris. E dopo soli cinque anni, nel 1865, Morris, stanco e affaticato per i continui viaggi a Londra (tre ore di treno ad andare e tre a tornare: non soprpende fosse stanco!) , sede della Firm, l’impresa artigiana fondata con Faulkner e Marshall, con la collaborazione di Burne-Jones, Madox Brown e Rossetti, è costretto a vendere la casa per ragioni finanziarie. Georgiana si ammala dopo la perdita di un figlio, Lizzie Siddal muore per una overdose di laudano e Rossetti, persa la testa per Jane, inizia con lei una relazione non solo artistica (anche se la dipingerà ossessivamente) che tormenterà Morris per anni.
Nonostante la dispersione di mobili e affreschi, la casa conserva tracce rilevanti dell’allegra brigata. Ed è perfetta per una gita fuori dagli itinerari turistici…
2014© Paola C. Cacciari

Red House Lane, Bexleyheath, DA6 8JF,
020 8304 9878. Info:  redhouse@nationaltrust.org.uk